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Il Blog di Marco Ongaro.

Qui si trovano articoli che Marco Ongaro ha scritto per alcune testate giornalistico-culturali e scritti vari

TIRI E TAROCCHI – Il Nuovo Realismo di Niki de Saint Phalle

TIRI E TAROCCHI – Il Nuovo Realismo di Niki de Saint Phalle

Estratto dal libro Psicovita di Niki de Saint Phalle di Marco Ongaro (Historica Ed. 2015)

Non è un caso se al primo esperimento di Tiro, con una carabina calibro 22 chiesta in prestito alle giostre della festa di carnevale, il teorico del Nouveau Réalisme Pierre Restany arruola sul campo Niki de Saint Phalle tra i membri del Movimento. Il tempo e la sua degradazione, come la raccolta di paccottiglia in disuso da inserire nell’opera d’arte, sono elementi del movimento artistico.

A ben pensarci, si tratta anche dell’emulazione del valore estemporaneo e caduco di un’esecuzione musicale, opera astratta che rimane in vita finché dura la performance ed è al massimo riaffermabile tramite documentazione registrata, su nastro sonoro per il concerto, su pellicola fotografica o filmica per la “scultura attiva” che si autodistrugge o che viene smantellata. Alla prima performance sono invitati i due fotografi Shunk e Kender, documentatori di un fatto irripetibile. L’happening: la performance in cui anche il pubblico è coinvolto come protagonista.

I Tiri passano dalla tridimensionalità del pannello composto di oggetti concreti, sovrapposti e affastellati, a una tetradimensionalità inevitabile grazie all’aggiunta dell’elemento tempo inserito nell’happening, con tanto di partecipazione del pubblico che spara o assiste all’esecuzione – nel senso più autenticamente giudiziario del termine – dell’opera in diretta. Una volta “eseguita” l’opera, una volta ucciso il quadro, potrà esserne acquistata ed esposta solo la carcassa, il cadavere che, come dice Niki, vive però una nuova vita.

La Morte è la carta del cambiamento negli Arcani Maggiori dei Tarocchi e l’artista ha dimestichezza con l’argomento fin dalla nascita. In una lettera all’amica artista Marina Karella, scrive del progetto di una sceneggiatura il cui tema sia l’artista torturato dal tempo. La fusione del tempo passato, futuro, presente. “Il tempo accelerato. Il tempo metafisico”. Alla fine l’artista si dà in sacrificio al ghiacciaio, consapevole che la sua giovinezza ne rimarrebbe imprigionata ed eterna.

Prima di essere il progetto di un film, l’argomento è stato un suo piano di suicidio perfetto, programmato vestendosi di tutto punto e facendosi ben pettinare, portando poi con sé una coperta, una torcia, una copia delle Elegie Duinesi di Rilke e un paio di pillole per favorire l’ultimo sonno, al cui seguito definitivo avrebbe provveduto il ghiacciaio. Un ultimo pasto, pillole per dormire, lettura con l’aiuto della torcia della quarta Elegia “e poi raggiungere le stelle”. Questo il progetto. “Niki è partita per la cena di mezzanotte, si è addormentata mentre beveva champagne”, questa la spiegazione offerta a Jean e agli amici, così nessuno si sarebbe sentito in colpa. La polmonite ha mandato a rotoli il piano due giorni prima della sua realizzazione, salvandole la vita.

La malattia che salva la vita, la corruzione che prelude alla rinascita.

L’idea della morte come passaggio necessario verso una nuova condizione, spesso di rinascita, è un tema comune alla saggezza dei Tarocchi e a qualunque altra saggezza trascendentale, inclusa quella cristiana. I quadri nei Tiri, pur con il carico di collera da liberare nella “bella violenza” della performance, sono una sublimazione di tale concezione. In una lettera esplicativa scritta a Pontus Hulten su sua richiesta, l’artista spiega che il primo Tiro pubblico “non è stato solo EMOZIONANTE E SEXY, ma anche TRAGICO, come assistere nello stesso tempo a una nascita e a una morte”.

Si pone di seguito alcune domande retoriche: “Il dipinto era la vittima. Chi era? Papà? Tutti gli uomini? Piccoli uomini? Uomini grandi? Grandi uomini? Gli uomini? Mio fratello Jean? O la pittura ero IO? Mi sono sparata attraverso un RITUALE che mi ha permesso di morire per mano mia e mi ha fatto rinascere?” I tentativi di risposta, com’era prevedibile, sono meno efficaci dei quesiti. Solo un dato di fatto personale convince, rimanendo appunto personale: durante i due anni di Tiri l’artista non si è mai ammalata, una terapia perfetta.

Mentre dal punto di vista culturale l’esperienza del Tiro si trasforma nel completamento dell’opera d’arte col contributo dei visitatori della mostra all’inaugurazione, aggiungendo alla quarta dimensione del tempo la quinta dimensione interattiva, dal punto di vista individuale la performance assume risvolti decisamente morbosi, a giudicare dall’affermazione di Niki nella medesima lettera quando parla di “una sensazione così difficile da descrivere come quella dell’atto d’amore”. Questa ammissione è coerente con la successiva confessione in merito all’abbandono dei Tiri dopo soli due anni di enorme successo.

“Mi sentivo drogata” scrive. “Ero diventata dipendente da questo macabro rituale, anche se era gioioso”. L’eccitazione durante i tiri la conduce in una trance estatica. “L’idea di perdere il controllo mi spaventa e io odio la dipendenza. Così ho rinunciato”. Aggiunge che quando in futuro si sarebbe trovata a soffrire di depressione e poi di artrite reumatoide al punto da riuscire a malapena a camminare, avrebbe comunque resistito alla tentazione di riprendere i Tiri per venirne fuori. “Serviva del nuovo, o niente. Ho rinunciato”. Il che la dice lunga sul valore profondo del suo impulso artistico, terapeutico certo, ma animato da un senso di missione capace di trascendere qualunque opportunismo, a partire dal vantaggio curativo sperimentato in partenza.

Il tempo è una dimensione mitologica potentissima, è la porta da cui tutto entra ed esce. Il veggente sbircia in avanti attraverso di esso, il Mago confonde il presente con apparizioni e sparizioni stupefacenti, fruga nel passato scrutando nella memoria dell’universo, influenza il futuro con sortilegi di cui si dimenticherà l’esistenza. Il tempo carica di energia i movimenti. Progresso e regresso scorrono e indietreggiano, si arrestano dominati dall’incertezza capovolta dell’Appeso. Dominare il tempo nel suo primo ciclo artistico è l’intuizione geniale di Niki. Il ghiacciaio del “Suicidio perfetto numero 2” è una superficie bianca da cui sgorgano i colori nascosti in profondità da Dio e dall’uomo, fluidi meravigliosi e potenti che solo il tempo spreme col suo impassibile incedere. Il sangue della terra, il cielo nascosto dietro la montagna nivea, tutto rimarrebbe immobile, addormentato per secoli se il Mago non sfruttasse la ricettività dell’Appeso per forzare la situazione costringendo il tempo a rivelarsi. Il Mondo mostra la sua faccia, se gli si spara contro. La Morte falcia la scena e fa sgorgare il sangue da ciò che è vivo. Ciò che il tempo impiegherebbe centinaia di anni a fare, l’Artista lo fa nel tempo di una seduta di tiro al bersaglio. Il Fuoco irrompe nella Terra e libera l’Acqua che con i suoi flutti colora e dona una forma compiuta al Mondo lasciando nell’Aria il sentore vagamente diabolico dello zolfo, il Diavolo della polvere da sparo. Tutto ciò è possibile grazie all’accelerazione impressa al tempo nel corso di uno spettacolo pubblico.

Un’idea geniale che il direttore del MOMA Bill Setz non apprezza, quando accusa Niki de Saint Phalle di aver fatto tornare indietro di trent’anni l’arte moderna. Ma questo non è forse un altro modo di riconoscere il potere esercitato dall’artista sul tempo? La scultrice constata che, essendo precedenti al Movimento di liberazione della donna, i Tiri hanno fatto scandalo. Ancora una volta un dominio sul tempo, l’arrivo in anticipo genera scalpore e prepara la strada. “Una graziosa giovane donna che tira con un cannone” scrive a Hulten “e che «rantola» contro gli uomini nelle sue interviste. Se fossi stata brutta, si sarebbe detto che avevo un complesso e mi avrebbero dimenticata”. Invece i media riconoscono la sua forza comunicativa, e la sua sovranità sul tempo.

Non c’è solo questo, certo, in questi due anni di performance. C’è davvero la rivalsa, la vendetta contro lo strapotere maschile osservato fin dall’infanzia. C’è la liberazione dalla dipendenza e dalla dissimulazione, il piacere di sfondare con la forza il muro di gesso dell’ordine imbalsamato tra religione, borghesismo, bigottismo, altrui-decisionismo (la lettera bruciata dal dottor S-Cossa oscilla nell’aria ad ogni sparo coi suoi lacerti di fiamma), l’affermazione della donna che vuole essere pari, se non superiore all’uomo, la rabbia e la ribellione contro i ruoli riconosciuti nella fissità della tradizione familiare. Chi più ne ha, più ne metta.

La forza della critica e dell’interpretazione può a posteriori distillare ogni singolo elemento sprigionato dalla semplice idea di creare un’opera d’arte davanti al pubblico mescolandola a strumenti di guerra. Rendere atto creativo una tradizionale comunicazione di morte costituisce di per sé un’inversione sufficiente a dare senso ai Tiri di Niki da qui all’anno Cinquemila. Questa è la buona guerra, la bella violenza, quella che non serve a spezzare membra e a recidere arterie, che non arresta la vita delle persone ma suggerisce istanze di libertà e uguaglianza tra i sessi, iniettando vitalità nelle religioni morenti col ripristino di un rituale vivo e pulsante. Nel sacrificio agli dei e agli uomini si sostituisce la carne dell’animale o dell’uomo in guerra raccogliendone i simboli e ridipingendoli, ricoprendoli di nuovo significato. L’urto del proiettile non uccide esseri viventi, immola al loro posto immagini che rimarranno a monito del rischio terribile che l’umanità corre ogni volta che imbraccia un fucile o un cannone. L’arte salva le vite sostituendosi come simulacro ai poveri esseri sacrificati finora come simulacri viventi. Non più armi di distruzione di massa, bensì armi di distrazione di massa.

Si può davvero proseguire all’infinito, e forse anche per questo Niki ha smesso. Non ha senso continuare in un processo che va avanti da solo. Una volta avviata la sua spirale eterna di significato, tanto vale lasciarla andare per proprio conto e rivolgersi a qualcos’altro.

UN’ELEGIA PER SOUTINE – Miseria e splendore a Montparnasse

UN’ELEGIA PER SOUTINE – Miseria e splendore a Montparnasse

Estratto dal libro Kiki la Modella di Marco Ongaro

(Anordest Editrice 2011)

C’è il nuovo gruppo di artisti in miseria. Le trovano un altro posto, vicino alla stazione, grazie a un innamorato che non sa offrirle niente di meglio di un rifugio con sacchi di sabbia e il proprio cappotto per scaldarsi dalla sera alla mattina. Non basta, si gela in quel piccolo capannone. Una sera è lì insieme alla piccola modella sua amica e il freddo è troppo. Decidono di uscire e andare da un pittore polacco che l’amica conosce. Un uomo che offre tartine e tè senza chiedere pagamenti in natura, assicura la modella. La fame e il gelo spingono le gambe delle due fuori da quella ghiacciaia nel cuore di Montparnasse.

La casa del pittore polacco è occupata, la porta scardinata permette di sentire che dentro c’è già qualcuno che prende tè e tartine, voci e risa femminili si alternano alle gentili offerte del padrone di casa. Le due poverette stanno a gelare sulle scale, aspettando due ore che chi è all’interno se ne vada lasciando il posto a loro. E anche se le tartine e il tè saranno finiti, magari un po’ di caldo resterà ugualmente per le fanciulle intirizzite che non hanno il coraggio di bussare. Quando ogni speranza sta abbandonando la mente di Alice, imbambolata a guardare certe figure sul legno della porta per distrarsi dal principio di congelamento alle dita dei piedi, il rumore di qualcuno che rientra, un vicino, attira l’attenzione. È un pittore anche lui, di origine lituana, un artista che Alice ha già incontrato in giro tempo addietro. La forza della disperazione la spinge a chiedergli di ospitarle per la notte. Senza esitazione, lui le invita a seguirlo.

L’uomo è ancora uno sconosciuto ai più, ma diventerà famoso un giorno e i suoi quadri saranno ben pagati. Alice non può saperlo, non è ancora Kiki, eppure la fama la sta sfiorando attraverso il velo della miseria. Si chiama Chaïm Soutine ed è amico di Amedeo Modigliani, il quale più volte insisterà presso il proprio benefattore Leopold Zborowsky affinché se ne prenda cura. In un ritratto che l’italiano gli farà, il lituano mostra la sua divorante inquietudine nella compostezza di una giacca scura, una camicia bianca, anche se con la cravatta un po’ slacciata, e un ciuffo ordinato di capelli scuri. È la fame a esprimersi su quel giovane volto apparentemente tranquillo, la fame e la miseria ma non solo. C’è tutto il disastro affettivo di un uomo che vive da sempre per l’arte e che dell’arte soffre l’umana incompiutezza. Il mezzo bicchiere di vino sul tavolo contrasta con le mani unite sulle gambe, quasi dovesse tenerle occupate per impedire loro di compiere qualcosa d’irreparabile, come magari finire quel mezzo bicchiere!

Neanche di Modigliani si sa ancora granché nel mondo. Giusto tra Montmartre e Montparnasse la sua fama cresce di giorno in giorno per il genio, per la bellezza e la generosità che lo contraddistinguono. Fuori da quei confini nessuno sa chi sia. Alice è da poco nel giro e conosce solo il lituano. Ha seguito la piccola modella alla ricerca del pittore polacco nella speranza di allentare la stretta del gelo e ora segue lui nello studio disadorno.

Chaïm Soutine influenzerà l’espressionismo austriaco e, nel secondo dopoguerra, artisti come De Kooning e Francis Bacon seguiranno le sue orme. Avrà successo negli anni Trenta, dopo la morte dell’amico Modì, e il suo agente sarà proprio Zborowski. Sotto l’occupazione nazista della Francia, in quanto ebreo, continuerà a spostarsi per non farsi prendere dalla Gestapo. Vivrà nei boschi e avrà ancora la fame e il gelo come compagni, fino a maturare un’ulcera che lo farà tornare a Parigi a morire dopo un tentato intervento chirurgico nell’agosto del 1943.

Adesso si è ancora nel 1917 e le due hanno bisogno di lui per scampare al freddo siberiano. Con un gesto, indica loro il letto. Parla poco, forse risparmia le forze per la debolezza di un digiuno che non sa quando potrà mai finire. Non ci sono tanti mobili nello studio e ancora meno ne resteranno di lì a poco. Si mette freneticamente a spaccare tutto ciò che c’è di legno e lo butta nel fuoco: che aumenti, che bruci, che riscaldi l’ambiente una volta per tutte. Risparmia solo una poltrona di vimini, dove poi si mette a dormire. Che gesto. Chaïm Soutine ha bruciato i pochi mobili a disposizione nel suo atelier per far riscaldare i piedi a due ragazzine. Kiki lo ricorderà sempre.

LEONARD COHEN – La leggenda del famoso impermeabile blu

LEONARD COHEN – LA LEGGENDA DEL FAMOSO IMPERMEABILE BLU

Articolo di Marco Ongaro pubblicato sulla rivista Inchiostro

 

Da Atene in traghetto il 14 aprile 1960 Leonard Cohen arriva a Idra, isola di scrittori e artisti espatriati, sei anni prima dell’uscita del suo romanzo Belli e perdenti (Beautiful losers), e sette anni prima dell’esordio come folksinger con l’album Songs of Leonard Cohen, che lo renderà celebre nel mondo. Questa è una delle versioni del mito, che in quanto tale varia di fonte in fonte, nessuna abbastanza autorevole. Secondo una di esse a Idra Cohen sarebbe già stato nel 1959 grazie a un premio di 2000 dollari del Canada Council e vi avrebbe scritto il primo romanzo Il gioco favorito (The favourite game). Secondo un’altra nel 1960 avrebbe acquistato una casa sull’isola grazie ai 1500 dollari di eredità della nonna. Questioni di contabilità che non influenzano il nucleo del discorso, appunto leggendario.

Insieme agli scrittori e pittori che come lui hanno trovato asilo sull’isola, Cohen frequenta la drogheria del porto, dove incontra Marianne Ihlen, quella che non farà che essere lasciata e separarsi da lui in canzoni dell’album di esordio come So long Marianne e Hey, that’s no way to say goodbye. Sempre a Idra conosce la cantante Julie Felix che lo accompagnerà con chitarra e voce proprio in un’esecuzione televisiva di quest’ultima canzone. Gran viavai di ragazze per il latin lover canadese. Sempre a Idra amerà anche la non meglio identificata Jane, la misteriosa protagonista femminile della canzone Famoso impermeabile blu (Famous blue raincoat), comparsa nell’album Songs of love and hate (Canzoni di amore e odio) pubblicato nel 1971. Ma andiamo per gradi, come si addice ai miti e alle leggende, soprattutto nell’atto di svelarne i supposti retroscena.

Nel 1977 Serge Doubrovsky pubblica il libro Fils e lo definisce opera di autofiction, termine da lui creato per raccontare la propria vita come avventura del linguaggio. A distinguere e precisare questo genere di narrativa è la coincidenza dell’autore, del narratore e del protagonista raggruppati sotto lo stesso nome. Doubrovsky è autore di Fils, ne è il narratore interno e il protagonista. Cosa c’entra questo con il brano Famoso impermeabile blu? Basta scorrere il testo della canzone fino alla fine e lo si capisce. La canzone è una lunga lettera, firmata in calce: Sinceramente, L. Cohen. Sinceramente è una formula epistolare anglosassone di provata efficacia, riferita al destinatario della missiva ma anche all’ascoltatore che, nel riconoscere la firma anagrafica dell’autore e sentendogliela proprio cantare, tocca con mano la sincerità dell’operazione come pure del contenuto del testo. Ora, è peculiare del procedimento di autofiction indicare a un tempo l’autorialità smaccata e la dichiarata finzione e la formula coniata da Doubrovsky ne reca testimonianza nella costruzione combinatoria da parola macedonia, mezza autobiografia e mezza finzione, che ne rappresenta il senso. L’autore si infila di persona nella finzione con la pretesa di renderla più vera e contemporaneamente disorienta nell’affermare la propria sincerità in un’opera dell’ingegno, nel caso di Cohen costituita da due forme artistiche convenzionali, la canzone e la lettera. Dante Alighieri è autore, narratore e protagonista della Divina Commedia, non per questo ogni cosa che compare nei suoi versi, al di là delle allegorie, può essere considerata strettamente veritiera, anzi. L’elemento identificativo dell’autore non ne garantisce la sincerità. Cohen si firma: Sincerely L. Cohen per attribuire credibilità alla lettera scritta nella canzone, usando una formula riconosciuta nel linguaggio epistolare, ma questo potrebbe rappresentare un semplice espediente artistico. D’altro canto non è l’unica intrusione del suo nome in una canzone. Ne La ballata della cavalla assente (The ballad of absent mare) che chiude l’album Recent songs del 1979 il folksinger si fa chiamare Leo dalla sua bella nell’ultima strofa, con un tocco squisitamente autofinzionale che gli permette di chiudere la canzone saltandone fuori a piè pari. Ma non basta un nome a rendere autobiografico uno scritto e nel caso di Famous blue raincoat la veridicità è talmente schiacciante da apparire paradossalmente incomprensibile.

Molti sono gli elementi realistici che ingannano abitualmente gli esegeti del Famoso impermeabile blu privi dell’effettiva chiave di lettura, posta dall’autore sotto gli occhi dell’ascoltatore come La lettera rubata di Poe eppure nascosta nelle interviste al punto di individuare l’impermeabile come un Burberry effettivamente acquistato dall’autore a Londra qualche tempo prima e poi rubatogli nel 1970. Tali elementi sono sotto gli occhi di tutti, si diceva, ma sfuggono all’indagine di chi ignora alcuni indizi che andremo presto a esaminare. Prima di tutto il testo completo.

Sono le quattro del mattino, alla fine di Dicembre
ti sto scrivendo adesso giusto per sapere se stai meglio
New York è fredda ma mi piace dove vivo,
La musica in Clinton Street va avanti tutta la sera
Ho sentito che stai costruendo la tua piccola casa nel profondo del deserto
Stai vivendo per niente adesso, spero tu tenga qualche tipo di diario

Sì, e Jane ritornò con una ciocca dei tuoi capelli
Disse che gliel’avevi data tu
quella notte in cui pianificaste di chiarirvi
Sei poi diventato chiaro?

Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così invecchiato
Il tuo famoso impermeabile blu era strappato a una spalla
Eri stato alla stazione a prendere ogni treno
E poi sei tornato a casa senza Lili Marlene
E hai offerto alla mia donna una scheggia della tua vita
E quando è tornata indietro non era più la moglie di nessuno
 
Bene ti vedo là con una rosa tra i denti
L’ennesimo zingaro smilzo e ladro
Bene, vedo che Jane si è svegliata
Ti manda i suoi saluti

E cosa posso dirti
Fratello mio, mio assassino
Cosa ti posso mai dire?
Immagino che mi manchi, immagino di perdonarti
Sono felice che tu sia stato sulla mia strada

Se ti capita di ripassare, per Jane o per me
Bene, il tuo nemico sta dormendo e la sua donna è libera
Sì, e grazie per il turbamento che le hai tolto dagli occhi
Credevo sarebbe rimasto là per sempre
quindi non ci ho mai provato

E Jane ritornò con una ciocca dei tuoi capelli
Disse che gliel’avevi data tu
Quella notte in cui pianificaste di chiarirvi
Sinceramente,  L Cohen

Non si può analizzare questo testo senza fare attenzione ad alcuni segnali che lo stesso Cohen non ha mai menzionato per ragioni che non è nostra intenzione indagare. Primo fra tutti il Famoso impermeabile blu che dal titolo del brano lampeggia come una spia accesa.

Nel 1967, il filosofo e scrittore L. Ron Hubbard fonda la Sea Org, l’Organizzazione del mare, che costituisce l’élite della Chiesa di Scientology sorta nel 1952 dall’evoluzione religiosa della filosofia applicata in ambito mentale e spirituale chiamata Dianetics. La divisa degli ufficiali della Sea Org è connotata ancor oggi da un inconfondibile impermeabile blu. La Sea Org fu fondata nel 1967 e inizialmente si trovava a bordo di alcune navi. Fu istituita per aiutare L. Ron Hubbard a condurre le sue ricerche sulle antiche civiltà e a occuparsi dell’organizzazione delle sue chiese nel mondo. La nave su cui Hubbard e la sua élite incrociavano allora si chiamava Apollo. E proprio dalla nave ammiraglia Apollo la leggenda vuole scendesse un giorno a Idra un ufficiale con il suo bell’impermeabile blu, indumento destinato a diventare famoso quale simbolo dell’Organizzazione del mare di Scientology, e incontrasse Jane, oltre a Leonard, divenendone amico.

Una volta accettata come verosimile questa “voce di corridoio”, basterà il testo della canzone a rivelare e confermare il seguito della storia. Il primo ritornello canta:

Sì, e Jane ritornò con una ciocca dei tuoi capelli
Disse che gliel’avevi data tu
quella notte in cui pianificaste di chiarirvi
Sei poi diventato chiaro?

Tra Jane e l’ufficiale dall’impermeabile blu nasce evidentemente l’amore. Non un amore qualsiasi, come quello che lo stesso Cohen sapeva certo donare alla sua donna, ma un amore intrecciato alle opportunità di miglioramento personale offerte dalla tecnologia filosofica applicata di Dianetics e Scientology chiamata auditing. Quella notte in cui pianificaste di chiarirvi, in inglese that night that you planned to go clear, è il secondo indizio chiave che attira inevitabilmente l’interpretazione in questa direzione.

È dal sito ufficiale della Chiesa di Scientology che deriva la seguente definizione di Chiaro, Clear: “Clear è il nome di uno stato raggiunto tramite l’auditing e descrive un essere che non ha più la propria mente reattiva, fonte nascosta di comportamenti irrazionali, paure irragionevoli, turbamenti e insicurezze. Senza mente reattiva, le persone riacquistano la loro personalità fondamentale, l’autodeterminazione e, in sostanza, diventano molto, molto più se stessi”.

Il verso La notte in cui pianificaste di chiarirvi, o di diventare Clear, nella lettera scritta da Cohen al fratello/assassino che quella notte stette con la sua donna, è seguito dalla domanda esplicita: Did you ever go clear? Sei mai diventato Clear? Evidentemente nemmeno l’ufficiale gentiluomo aveva ancora conseguito quello stato di essere e la pianificazione di raggiungerlo insieme era il canto di una sirena accordata sul desiderio di cambiamento che animava Jane.

Da questo momento in poi le informazioni personali, già concrete nella prima strofa (New York il luogo da cui scrive, fine dicembre la data, Clinton Street la via nei pressi dell’abitazione) diventano dati strettamente legati all’avvenimento nell’andirivieni tipico di una sapiente narrazione. Ho sentito che stai costruendo la tua piccola casa nel profondo del deserto / Stai vivendo per niente adesso, spero tu tenga qualche tipo di diario che chiudono la prima strofa danno l’idea dell’abbandono dello scopo di raggiungere lo stato di Clear da parte dell’ufficiale, probabilmente allontanatosi dalla Sea Org dopo il dubbio comportamento tenuto proprio in quella circostanza. Basta Scientology, isolamento nel deserto, vita senza più scopo, altro che pianificare il miglioramento personale. La compassione del vincitore spinge Cohen a suggerire al rivale di tenere almeno un diario, forma di terapia elementare per compensare la perdita dell’amore e dell’obiettivo di miglioramento che si era posto con Jane. Ulteriore allusione alla decadenza dell’ufficiale venuto dal mare è l’inizio della seconda strofa in cui si menziona appunto il famoso impermeabile per registrarne la sopravvenuta sciatteria. Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così invecchiato / Il tuo famoso impermeabile blu era strappato a una spalla. Quello strappo mostra la degradazione prima della rovina. L’invecchiamento è conseguenza della sconfitta e del dolore. Non per niente a incontrarlo alla stazione in cerca di un amore occasionale sono loro, Leonard e Jane: L’ultima volta che ti abbiamo visto. D’altro canto Jane è tornata da Leonard, e non solo con una ciocca di capelli del poveretto, lo si evince chiaramente dalla lettera quando in modo spietato Cohen dice che è sveglia, dunque è lì vicino a lui, e gli manda i saluti. È tornata dopo che l’ufficiale le ha offerto una scheggia della sua vita, è tornata e non è più la moglie di nessuno. Una donna indipendente. È tornata e, lei sì, è migliorata. Qualunque tecnica di auditing le sia stata applicata, ha ottenuto un risultato superiore a quello del povero conquistatore ormai sconfitto. Tanto che Cohen gli dice che se mai ripasserà da queste parti, per Jane o per me, bene, il tuo nemico sta dormendo e la sua donna è libera. Dormire ed essere liberi sono concetti come risvegliarsi o essere schiavi, inerenti a stati di essere che anche con il Buddismo, che Cohen abbraccerà più tardi, hanno certo a che fare. Poco prima non ha forse detto che Jane è sveglia? Concretezza e simbolismo si avvicendano per tornare su un canale unico quando il folksinger si permette di aggiungere un ringraziamento finale: Sì, e grazie per il turbamento che le hai tolto dagli occhi / Credevo sarebbe rimasto là per sempre / quindi non ci ho mai provato. Qui non solo Leonard dà riconoscimento all’ex rivale in amore, ma alla tecnologia stessa che grazie a lui ha tolto quell’ombra dagli occhi di Jane, un riconoscimento vago ma deciso come un esame di coscienza: Cohen ammette di non averci mai provato, perché riteneva non fosse possibile ottenere un simile risultato. Quindi torna a ripetere il ritornello in cui pianificarono di “andare a Clear” e si firma con nome puntato e cognome. L’autofiction è servita e l’enigma pure. Da quel momento in poi, una ridda infinita di interpretazioni, depistaggi e smentite porterà la canzone nell’Olimpo delle più interpretate e delle meno comprese. Dalla Famosa volpe azzurra confezionata da Fabrizio De Andrè per Ornella Vanoni alle ipotesi di un Cohen depresso che parla a se stesso fingendo un triangolo, dalla “notte in cui pensaste di andare lontani” a quella “in cui decideste di smettere di drogarvi”, la mancata chiave di lettura di questo brano arcano ha prodotto infinite esegesi tutte valide e tutte sbagliate. Anche questa nostra ricostruzione mitologica rientra nelle mille cornici costruite intorno a un mistero cantato in forma di lettera sincera. E davvero conta poco come sempre in arte cosa sia vero, si tratti di autofiction o di romanzo verità. Ogni spunto autobiografico è destinato a essere paludato dall’impulso artistico che probabilmente vede più in là della verità stessa.

Una cosa ci sentiamo di dire, concludendo: Leonard Cohen non è mai stato depresso, non più del resto dell’umanità ma spesso è stato lucido, molto più lucido di molti altri umani.