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LEONARD COHEN – La leggenda del famoso impermeabile blu

LEONARD COHEN – LA LEGGENDA DEL FAMOSO IMPERMEABILE BLU

Articolo di Marco Ongaro pubblicato sulla rivista Inchiostro

 

Da Atene in traghetto il 14 aprile 1960 Leonard Cohen arriva a Idra, isola di scrittori e artisti espatriati, sei anni prima dell’uscita del suo romanzo Belli e perdenti (Beautiful losers), e sette anni prima dell’esordio come folksinger con l’album Songs of Leonard Cohen, che lo renderà celebre nel mondo. Questa è una delle versioni del mito, che in quanto tale varia di fonte in fonte, nessuna abbastanza autorevole. Secondo una di esse a Idra Cohen sarebbe già stato nel 1959 grazie a un premio di 2000 dollari del Canada Council e vi avrebbe scritto il primo romanzo Il gioco favorito (The favourite game). Secondo un’altra nel 1960 avrebbe acquistato una casa sull’isola grazie ai 1500 dollari di eredità della nonna. Questioni di contabilità che non influenzano il nucleo del discorso, appunto leggendario.

Insieme agli scrittori e pittori che come lui hanno trovato asilo sull’isola, Cohen frequenta la drogheria del porto, dove incontra Marianne Ihlen, quella che non farà che essere lasciata e separarsi da lui in canzoni dell’album di esordio come So long Marianne e Hey, that’s no way to say goodbye. Sempre a Idra conosce la cantante Julie Felix che lo accompagnerà con chitarra e voce proprio in un’esecuzione televisiva di quest’ultima canzone. Gran viavai di ragazze per il latin lover canadese. Sempre a Idra amerà anche la non meglio identificata Jane, la misteriosa protagonista femminile della canzone Famoso impermeabile blu (Famous blue raincoat), comparsa nell’album Songs of love and hate (Canzoni di amore e odio) pubblicato nel 1971. Ma andiamo per gradi, come si addice ai miti e alle leggende, soprattutto nell’atto di svelarne i supposti retroscena.

Nel 1977 Serge Doubrovsky pubblica il libro Fils e lo definisce opera di autofiction, termine da lui creato per raccontare la propria vita come avventura del linguaggio. A distinguere e precisare questo genere di narrativa è la coincidenza dell’autore, del narratore e del protagonista raggruppati sotto lo stesso nome. Doubrovsky è autore di Fils, ne è il narratore interno e il protagonista. Cosa c’entra questo con il brano Famoso impermeabile blu? Basta scorrere il testo della canzone fino alla fine e lo si capisce. La canzone è una lunga lettera, firmata in calce: Sinceramente, L. Cohen. Sinceramente è una formula epistolare anglosassone di provata efficacia, riferita al destinatario della missiva ma anche all’ascoltatore che, nel riconoscere la firma anagrafica dell’autore e sentendogliela proprio cantare, tocca con mano la sincerità dell’operazione come pure del contenuto del testo. Ora, è peculiare del procedimento di autofiction indicare a un tempo l’autorialità smaccata e la dichiarata finzione e la formula coniata da Doubrovsky ne reca testimonianza nella costruzione combinatoria da parola macedonia, mezza autobiografia e mezza finzione, che ne rappresenta il senso. L’autore si infila di persona nella finzione con la pretesa di renderla più vera e contemporaneamente disorienta nell’affermare la propria sincerità in un’opera dell’ingegno, nel caso di Cohen costituita da due forme artistiche convenzionali, la canzone e la lettera. Dante Alighieri è autore, narratore e protagonista della Divina Commedia, non per questo ogni cosa che compare nei suoi versi, al di là delle allegorie, può essere considerata strettamente veritiera, anzi. L’elemento identificativo dell’autore non ne garantisce la sincerità. Cohen si firma: Sincerely L. Cohen per attribuire credibilità alla lettera scritta nella canzone, usando una formula riconosciuta nel linguaggio epistolare, ma questo potrebbe rappresentare un semplice espediente artistico. D’altro canto non è l’unica intrusione del suo nome in una canzone. Ne La ballata della cavalla assente (The ballad of absent mare) che chiude l’album Recent songs del 1979 il folksinger si fa chiamare Leo dalla sua bella nell’ultima strofa, con un tocco squisitamente autofinzionale che gli permette di chiudere la canzone saltandone fuori a piè pari. Ma non basta un nome a rendere autobiografico uno scritto e nel caso di Famous blue raincoat la veridicità è talmente schiacciante da apparire paradossalmente incomprensibile.

Molti sono gli elementi realistici che ingannano abitualmente gli esegeti del Famoso impermeabile blu privi dell’effettiva chiave di lettura, posta dall’autore sotto gli occhi dell’ascoltatore come La lettera rubata di Poe eppure nascosta nelle interviste al punto di individuare l’impermeabile come un Burberry effettivamente acquistato dall’autore a Londra qualche tempo prima e poi rubatogli nel 1970. Tali elementi sono sotto gli occhi di tutti, si diceva, ma sfuggono all’indagine di chi ignora alcuni indizi che andremo presto a esaminare. Prima di tutto il testo completo.

Sono le quattro del mattino, alla fine di Dicembre
ti sto scrivendo adesso giusto per sapere se stai meglio
New York è fredda ma mi piace dove vivo,
La musica in Clinton Street va avanti tutta la sera
Ho sentito che stai costruendo la tua piccola casa nel profondo del deserto
Stai vivendo per niente adesso, spero tu tenga qualche tipo di diario

Sì, e Jane ritornò con una ciocca dei tuoi capelli
Disse che gliel’avevi data tu
quella notte in cui pianificaste di chiarirvi
Sei poi diventato chiaro?

Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così invecchiato
Il tuo famoso impermeabile blu era strappato a una spalla
Eri stato alla stazione a prendere ogni treno
E poi sei tornato a casa senza Lili Marlene
E hai offerto alla mia donna una scheggia della tua vita
E quando è tornata indietro non era più la moglie di nessuno
 
Bene ti vedo là con una rosa tra i denti
L’ennesimo zingaro smilzo e ladro
Bene, vedo che Jane si è svegliata
Ti manda i suoi saluti

E cosa posso dirti
Fratello mio, mio assassino
Cosa ti posso mai dire?
Immagino che mi manchi, immagino di perdonarti
Sono felice che tu sia stato sulla mia strada

Se ti capita di ripassare, per Jane o per me
Bene, il tuo nemico sta dormendo e la sua donna è libera
Sì, e grazie per il turbamento che le hai tolto dagli occhi
Credevo sarebbe rimasto là per sempre
quindi non ci ho mai provato

E Jane ritornò con una ciocca dei tuoi capelli
Disse che gliel’avevi data tu
Quella notte in cui pianificaste di chiarirvi
Sinceramente,  L Cohen

Non si può analizzare questo testo senza fare attenzione ad alcuni segnali che lo stesso Cohen non ha mai menzionato per ragioni che non è nostra intenzione indagare. Primo fra tutti il Famoso impermeabile blu che dal titolo del brano lampeggia come una spia accesa.

Nel 1967, il filosofo e scrittore L. Ron Hubbard fonda la Sea Org, l’Organizzazione del mare, che costituisce l’élite della Chiesa di Scientology sorta nel 1952 dall’evoluzione religiosa della filosofia applicata in ambito mentale e spirituale chiamata Dianetics. La divisa degli ufficiali della Sea Org è connotata ancor oggi da un inconfondibile impermeabile blu. La Sea Org fu fondata nel 1967 e inizialmente si trovava a bordo di alcune navi. Fu istituita per aiutare L. Ron Hubbard a condurre le sue ricerche sulle antiche civiltà e a occuparsi dell’organizzazione delle sue chiese nel mondo. La nave su cui Hubbard e la sua élite incrociavano allora si chiamava Apollo. E proprio dalla nave ammiraglia Apollo la leggenda vuole scendesse un giorno a Idra un ufficiale con il suo bell’impermeabile blu, indumento destinato a diventare famoso quale simbolo dell’Organizzazione del mare di Scientology, e incontrasse Jane, oltre a Leonard, divenendone amico.

Una volta accettata come verosimile questa “voce di corridoio”, basterà il testo della canzone a rivelare e confermare il seguito della storia. Il primo ritornello canta:

Sì, e Jane ritornò con una ciocca dei tuoi capelli
Disse che gliel’avevi data tu
quella notte in cui pianificaste di chiarirvi
Sei poi diventato chiaro?

Tra Jane e l’ufficiale dall’impermeabile blu nasce evidentemente l’amore. Non un amore qualsiasi, come quello che lo stesso Cohen sapeva certo donare alla sua donna, ma un amore intrecciato alle opportunità di miglioramento personale offerte dalla tecnologia filosofica applicata di Dianetics e Scientology chiamata auditing. Quella notte in cui pianificaste di chiarirvi, in inglese that night that you planned to go clear, è il secondo indizio chiave che attira inevitabilmente l’interpretazione in questa direzione.

È dal sito ufficiale della Chiesa di Scientology che deriva la seguente definizione di Chiaro, Clear: “Clear è il nome di uno stato raggiunto tramite l’auditing e descrive un essere che non ha più la propria mente reattiva, fonte nascosta di comportamenti irrazionali, paure irragionevoli, turbamenti e insicurezze. Senza mente reattiva, le persone riacquistano la loro personalità fondamentale, l’autodeterminazione e, in sostanza, diventano molto, molto più se stessi”.

Il verso La notte in cui pianificaste di chiarirvi, o di diventare Clear, nella lettera scritta da Cohen al fratello/assassino che quella notte stette con la sua donna, è seguito dalla domanda esplicita: Did you ever go clear? Sei mai diventato Clear? Evidentemente nemmeno l’ufficiale gentiluomo aveva ancora conseguito quello stato di essere e la pianificazione di raggiungerlo insieme era il canto di una sirena accordata sul desiderio di cambiamento che animava Jane.

Da questo momento in poi le informazioni personali, già concrete nella prima strofa (New York il luogo da cui scrive, fine dicembre la data, Clinton Street la via nei pressi dell’abitazione) diventano dati strettamente legati all’avvenimento nell’andirivieni tipico di una sapiente narrazione. Ho sentito che stai costruendo la tua piccola casa nel profondo del deserto / Stai vivendo per niente adesso, spero tu tenga qualche tipo di diario che chiudono la prima strofa danno l’idea dell’abbandono dello scopo di raggiungere lo stato di Clear da parte dell’ufficiale, probabilmente allontanatosi dalla Sea Org dopo il dubbio comportamento tenuto proprio in quella circostanza. Basta Scientology, isolamento nel deserto, vita senza più scopo, altro che pianificare il miglioramento personale. La compassione del vincitore spinge Cohen a suggerire al rivale di tenere almeno un diario, forma di terapia elementare per compensare la perdita dell’amore e dell’obiettivo di miglioramento che si era posto con Jane. Ulteriore allusione alla decadenza dell’ufficiale venuto dal mare è l’inizio della seconda strofa in cui si menziona appunto il famoso impermeabile per registrarne la sopravvenuta sciatteria. Ah, l’ultima volta che ti abbiamo visto sembravi così invecchiato / Il tuo famoso impermeabile blu era strappato a una spalla. Quello strappo mostra la degradazione prima della rovina. L’invecchiamento è conseguenza della sconfitta e del dolore. Non per niente a incontrarlo alla stazione in cerca di un amore occasionale sono loro, Leonard e Jane: L’ultima volta che ti abbiamo visto. D’altro canto Jane è tornata da Leonard, e non solo con una ciocca di capelli del poveretto, lo si evince chiaramente dalla lettera quando in modo spietato Cohen dice che è sveglia, dunque è lì vicino a lui, e gli manda i saluti. È tornata dopo che l’ufficiale le ha offerto una scheggia della sua vita, è tornata e non è più la moglie di nessuno. Una donna indipendente. È tornata e, lei sì, è migliorata. Qualunque tecnica di auditing le sia stata applicata, ha ottenuto un risultato superiore a quello del povero conquistatore ormai sconfitto. Tanto che Cohen gli dice che se mai ripasserà da queste parti, per Jane o per me, bene, il tuo nemico sta dormendo e la sua donna è libera. Dormire ed essere liberi sono concetti come risvegliarsi o essere schiavi, inerenti a stati di essere che anche con il Buddismo, che Cohen abbraccerà più tardi, hanno certo a che fare. Poco prima non ha forse detto che Jane è sveglia? Concretezza e simbolismo si avvicendano per tornare su un canale unico quando il folksinger si permette di aggiungere un ringraziamento finale: Sì, e grazie per il turbamento che le hai tolto dagli occhi / Credevo sarebbe rimasto là per sempre / quindi non ci ho mai provato. Qui non solo Leonard dà riconoscimento all’ex rivale in amore, ma alla tecnologia stessa che grazie a lui ha tolto quell’ombra dagli occhi di Jane, un riconoscimento vago ma deciso come un esame di coscienza: Cohen ammette di non averci mai provato, perché riteneva non fosse possibile ottenere un simile risultato. Quindi torna a ripetere il ritornello in cui pianificarono di “andare a Clear” e si firma con nome puntato e cognome. L’autofiction è servita e l’enigma pure. Da quel momento in poi, una ridda infinita di interpretazioni, depistaggi e smentite porterà la canzone nell’Olimpo delle più interpretate e delle meno comprese. Dalla Famosa volpe azzurra confezionata da Fabrizio De Andrè per Ornella Vanoni alle ipotesi di un Cohen depresso che parla a se stesso fingendo un triangolo, dalla “notte in cui pensaste di andare lontani” a quella “in cui decideste di smettere di drogarvi”, la mancata chiave di lettura di questo brano arcano ha prodotto infinite esegesi tutte valide e tutte sbagliate. Anche questa nostra ricostruzione mitologica rientra nelle mille cornici costruite intorno a un mistero cantato in forma di lettera sincera. E davvero conta poco come sempre in arte cosa sia vero, si tratti di autofiction o di romanzo verità. Ogni spunto autobiografico è destinato a essere paludato dall’impulso artistico che probabilmente vede più in là della verità stessa.

Una cosa ci sentiamo di dire, concludendo: Leonard Cohen non è mai stato depresso, non più del resto dell’umanità ma spesso è stato lucido, molto più lucido di molti altri umani.

JEAN COCTEAU il testimone

LA SCINTILLA DI KIKI DE MONTPARNASSE

La scintilla di Kiki de Montparnasse

Estratto dal libro Kiki la Modella di Marco Ongaro (Anordest Editrice 2011)

Scrive Guillaume Apollinaire: “Ecco la Montparnasse che è diventata per i pittori e i poeti ciò che Montmartre era per loro quindici anni fa: la casa della semplicità, della bellezza, della libertà”. La Scuola di Parigi è una legione di stranieri che festeggiano la gioia di stare al mondo e di creare. Tra loro, la miseria infiltra alcune storie tragiche, altre ridicole. Le più frequenti sono significative, poiché gli artisti tendono a significare nel momento in cui rappresentano, e gli strumenti a loro disposizione si accendono col sole al mattino e brillano la notte con la luna, luccicano delle risate nei cabaret e dei canti di una figlia illegittima venuta al mondo da una madre snaturata, grazie a un padrino contrabbandiere di alcolici.

Kiki ha fatto un ritratto a suo padre: si vede quest’uomo in una cucina con una bambina bionda. A chi le chiede chi è, dice che è suo padre. Quando le chiedono perché la piccola è bionda, risponde che è la bambina che suo padre ha sempre voluto. Quanta verità si nasconde sotto la verità.

La lotta per la vita rende vivissima Kiki. Tamara de Lempicka, con l’immenso successo aggiuntosi a una vita partita in modo facile e agiatissimo, tenore riconquistato dopo il rovescio rivoluzionario grazie proprio all’esperienza pittorica, ha conosciuto una fortissima depressione. Alice Prin, in arte Kiki de Montparnasse, non si è mai potuta permettere la depressione. L’ha vissuta di certo, ha sperimentato anche un po’ di psicosi e paranoia nel “periodo Mendjisky”, ma in genere si è lasciata guidare dal luccichio che l’ha sempre accompagnata, la scintilla di attaccamento alla bellezza della vita che ha sempre avuto dentro, anche quando andava in giro per Parigi con scarpe da uomo numero 40 o riparava quelle dei soldati in fabbrica durante la Grande Guerra. L’ha vinta temporaneamente a colpi di sbronze e sniffi di coca, a furia d’indigestioni erotiche con amanti occasionali di entrambi i sessi. Pure la baronessa polacca si è data alla bella vita e agli stravizi dissoluti nella Parigi degli Anni folli, ma si è anche concessa un ritiro in convento, e poi un secondo marito nobile quanto lei, per un epilogo agiato negli Stati Uniti in attesa che la sua arte tornasse in auge con nuova risonanza. È vero, non le mancava il genio. Tamara è una vera pittrice, la regina dell’Art Déco, non un fenomeno spontaneo e incolto come Kiki.

Quest’ultima, lo si è detto, è stata soprattutto una modella. Cantante per allegria e sopravvivenza, cabarettista e animatrice delle notti parigine, amica degli artisti e loro musa. Icona del Surrealismo, ha sognato di fare “film veri”, rimanendo vagamente delusa dalle pellicole che oggi, una volta di più, la consacrano opera d’arte. Avrebbe preferito essere attrice. Con l’amica Thérèse Treize, andavano in giro per i caffè, ciascuna con un topo ammaestrato sulla spalla. Un vezzo da dive per il quale non ha mai però sconfessato le sue origini di popolana. Immessa nel centro gravitazionale della cultura e dell’estetica del Novecento, tra un saluto a Modigliani, una posa da Picasso, una conversazione con il raffinato Cocteau e un ritratto preso ad Eisenstein, la modella ha sempre trovato il tempo e la voglia di andare nei club a cantare canzoni condite con lazzi da trivio. È la voglia di vivere a farla brillare, l’irriducibile voglia di vivere che le impone fino all’ultimo di “non lasciarsi abbattere”. Anche “lo scaldino tra le gambe” è espressione di quella voglia di vivere, spinta primordiale verso una procreazione che non avverrà, verso una rivincita sull’esistenza che solo tramite l’arte – la capacità d’ispirare l’arte – riuscirà a conseguire.

Ho conosciuto un americano che fa delle belle fotografie (…). Mi dice: «Kiki, non guardarmi così! Mi turbi!», scrive nel capitolo dei Souvenirs del 1929 soppresso poi nel 1938. Man Ray è turbato dallo sguardo della modella, e ciò è preludio d’ispirazione. C’è qualcosa, nell’anima onnivora della ragazza cresciuta a pane e tè, che sollecita corde segrete nello spirito dell’artista. C’è un luccichio nello sguardo che il pittore cerca di possedere immobilizzando il corpo nella fissità della posa. Eppure quella scintilla dagli occhi sfugge ancora alla posa, e prende forma in quella che per Kisling è malinconia e per Foujita erotismo, per Krohg semplice, irriducibile vitalità. Parte dal suo corpo ma non è lì che ha origine, non nella carne che ingrassa e dimagra, ma nello sguardo che la fotografia allarga e appuntisce prima di archiviarlo, negli occhi che solo l’artista sa accordare col naso per stringerne lo spirito. Le gambe sono distese o raggomitolate come il pittore vuole, il sorriso è allentato come desidera lo scultore e le braccia stanno nella posizione decisa dal fotografo. Eppure sfugge, il luccichio, da quel lontano marciapiede di Châtillon-sur-Seine in cui ha lottato per accendersi, scintilla lungo l’esistenza e illumina i marciapiedi dei boulevard, le terrazze dei caffè, balugina oggi in ogni quadro, nel ricordo che i poeti e gli scrittori porgono di lei.