Il Negro

Da Il Negro di Marco Ongaro

In gergo letterario, Negro designa uno scrittore cui viene demandato il compito di realizzare porzioni più o meno importanti di opere letterarie, senza tuttavia comparire ufficialmente come autore. L’impiego dei “negri” è molto comune nella stesura di libri seriali, come ad esempio i gialli, e più ancora nella formazione dei copioni cinematografici.

C’è chi sostiene che in questa accezione nègre derivi dall’abitudine di Alexandre Dumas di far scrivere a fidati collaboratori di colore – di colore lo era un po’ anche lui – interi capitoli delle sue opere. Venendo da qui la parola, non avrebbe connotazione spregiativa quanto invece funzione di memoria oggettiva.

Questo è il mio lavoro, svolto negli ultimi quindici anni: più una missione, a dire il vero, un misto di correttore di bozze, segretario particolare, depositario di confidenze, psicoterapeuta, braccio armato di penna, traduttore “in bella forma” di ogni altrui istanza scritta.

Nel frattempo ho scritto anche per me, pubblicando a mio nome, e per altri, un po’ in incognito e un po’ sottotraccia. Ma se sono qui a parlare del Negro, è perché devo ammettere che questo ruolo puramente alimentare forse ha perso la sua maschera di servizio per mostrare la sua natura strutturale.

Negri si nasce o si diventa?

Difficile stabilirlo dopo tutta la strada percorsa. Non nego che questo scritto, di mio pugno e di mia firma, abbia una funzione chiarificatrice prima di tutto per me.

Un Negro sostanziale è un ossimoro. La sostanza gli appartiene davvero o non viene piuttosto dal suo committente? Un negro che scrive per sé smette di esserlo? Domande che al momento mi confondono i pensieri.

L’anima del Negro si appiccica alla personalità o ne è già parte, questo il dilemma da sciogliere.

Il Negro

Nel pubblicare col mio nome, sono andato incontro a svariate disavventure di ordinaria amministrazione. Una volta ho ottenuto fortuitamente tre pagine sul settimanale nazionale più diffuso, ma al mio cognome era abbinato un nome sbagliato, a dispetto della copertina del libro che corredava l’articolo, rendendo dannoso ciò che avrebbe dovuto essermi utile. Altre volte sono stato semplicemente ignorato, bandito dalle pagine culturali del quotidiano locale dove fino a poco prima ogni mio colpo di tosse godeva di menzione.

D’altro canto, alcuni libri scritti per altri hanno goduto di spazi lusinghieri su quotidiani e settimanali nazionali, su rubriche letterarie di rango, mi hanno procurato interviste telefoniche sotto falso nome a importanti trasmissioni radio Rai e mi hanno portato fin sotto i riflettori televisivi nazionali a parlare dell’opera da me scritta e non firmata, non senza imbarazzo da parte del conduttore e mia.

Ritenere perciò che un simile fenomeno fosse dovuto al caso è un’illusione che mi sono concesso soltanto per breve tempo, prima di ammettere a me stesso che deve esistere una resistenza a livello universale, cioè intimamente mio, che si oppone alla mia partecipazione firmata alla scena culturale cui occultamente contribuisco.

Col tempo ho finito per accettare la cosa come una prova di sprezzatura.

La vita e il mondo hanno cercato di dirmi che la vanità è una brutta bestia ed è meglio starne lontani. Non sono quasi più affetto da tale morbo: l’esperienza me ne ha guarito, gli episodi di cui sopra hanno rintuzzato le possibili ricadute. Non che la vittoria sulla vanità sia una volta per tutte, è necessario vigilare costantemente, praticare un distacco quasi mistico dalle umane passioni per riuscire a trarre soddisfazione dalle altrui soddisfazioni cui hai fornito un apporto sostanziale. È un continuo esercizio di umiltà, o forse no, un continuo esercizio di superbia tale da non attendersi nulla in riconoscimento del proprio lavoro.

L’autore lotta per l’autorità, è l’etimologia a sancirlo. Rinunciarvi, per uno scrittore, è contro natura. Ma può essere una forma di ascetismo che prepara alla magra consolazione di una permanenza imperitura nel tessuto effettivo della creazione umana. Per capire cosa si vuole o si merita, bisogna conoscersi e sperimentare la caducità di tutte le cose, com’è predicata, e non firmata, nel Qohelet, l’Ecclesiaste biblico. Niente di nuovo sotto il sole e niente che rimanga degli sforzi umani, vanità delle vanità tutto è vanità, d’accordo, ma il Qohelet è rimasto e in molti lo commentano, lo traducono, se ne fanno belli. L’ossimoro è sempre in agguato, la contraddizione fomenta l’ipocrisia, la non firma è l’unico valore che conferma la saggezza di un testo non scomparso, non finito, forse caduco mai.

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