mario monicelli

MARIO MONICELLI – Nuova Italia o nuova commedia?

Se l’Italia è la commedia e la commedia è l’Italia, questi mascalzoni non sono altro che bimbi mal cresciuti e peggio educati. Non sono quelli della Rapina a mano armata di Kubrick, per capirsi, nel cui filone la parodia avrebbe voluto confluire. Sono incapaci di delinquere fin nel midollo perché sotto sotto sarebbero benintenzionati, non hanno la scorza necessaria al farabutto, ma non potendo aspirare ad arricchire come gli americani, perché americani non sono, cercano di atteggiarsi a malviventi, non essendo neppure tali. Il loro darsi da fare finisce nel danneggiamento a un immobile che ha avuto la sfortuna di essere attiguo al Monte di Pietà, senza che l’istituzione presa di mira si accorga minimamente del loro passaggio su questa terra.
Questo sentimento d’indifferenza della realtà, di ininfluenza sugli eventi, di inanità di fronte al destino e alle sorti storiche del mondo, sarà sviluppato con maggiore intensità osservando le gesta picaresche dell’italiano in un ambito più grave e serio: quello della Prima guerra mondiale. È su quello sfondo che lo stridore dei ruoli per l’inadeguatezza dei personaggi renderà appieno l’idea di quanto sia esile la membrana che separa la commedia dalla tragedia e di come i due generi, messi a fuoco nell’esistenza reale, siano parte della medesima arte.
Quando la banda di malridotti balordi si trasforma in esercito, come nel film dell’anno successivo La grande guerra, allora il riso si fa più greve e cinico, la morte moltiplica le sue apparizioni e il fallimento si trasforma in sonora sconfitta, in rotta disordinata, in sacrificio per lo più inutile. La posta in gioco non è più la cassaforte del Monte di Pietà, né l’alternativa tra la prigionia e un’inservibile libertà, il tiro si alza verso lo scontro tra nazioni, verso la carneficina su vasta scala di una popolazione per sua natura impreparata al compito. È lì che gli italiani, quelli della commedia, saranno perfettamente all’altezza della loro inadeguatezza.
Parlando della necessità di una nuova Ricostruzione dell’Italia, non più sulle rovine di palazzi crollati sotto i bombardamenti ma su quelle dei mal rinserrati capannoni dissestati dalle scosse dei terremoti, vien da chiedersi se nel rifondare coalizioni e regole non si stia magari rinnovando un genere cinematografico, tutto italiano, di grande successo.