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MEKTOUB – Il Destino del Verbo

MEKTOUB – Il Destino del Verbo

Articolo di Marco Ongaro pubblicato su Cultora

Negli anni Cinquanta del secolo scorso la diaspora di artisti della cosiddetta Beat generation, per lo più scrittori, sperimenta una deriva parigina dopo la vigorosa partenza per il West degli Stati Uniti e il Messico, aprendosi poi a località esotiche quali, una su tutte, Tangeri. Così la cultura americana viene a incontrare il mondo arabo in un’area mista, una città in cui ciascuno è chiamato a esprimere, volente o nolente, il codice fondamentale della propria civiltà.

L’Islam Inc. è un’organizzazione che agisce nell’Interzona. William Lee, uno degli alter ego di William Bourroghs nel suo romanzo di esordio del 1959, Pasto nudo, lavora per l’Islam Inc. nella Zona internazionale. Tangeri, dal 1923 e fino all’indipendenza del Marocco nel 1956, gode di un regime internazionale che comporta la neutralità politica e militare, la totale libertà di impresa e l’amministrazione internazionale sotto il controllo della Francia, della Gran Bretagna e della Spagna, cui si aggiungono nel 1928 anche l’Italia, il Portogallo e il Belgio. In questo frattempo l’economia cresce vertiginosamente, nel 1950 Tangeri conta 85 banche e oltre 4.000 società anonime impegnate in commercio e in affari finanziari, mentre la popolazione si quadruplica e il numero degli abitanti europei sale a circa 40.000. Le diverse agenzie spionistiche vi proliferano ed è tra gli spioni più inveterati che, secondo William Lee, si nascondono gli scrittori, intenti a stendere rapporti sulla cruda verità. In cosa consistano tali “rapporti” è motivo di speculazione, sia in merito al mezzo con cui vengono stesi che allo stesso corpo di dati raccolto sotto forma di segni, alfabetici e non, chiamato Scrittura.
Tra queste spie dell’Interzona vi sono Burroughs, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Tennessee Williams, Brion Gysin e Paul Bowles. Non è un caso che Burroughs ambienti a Tangeri parte dei suoi lavori e la descriva come la capitale della non-interferenza. “La Città Composita, dove tutte le potenzialità umane si distendono in un vasto mercato silenzioso”. Questo è il paesaggio ideale in cui opera l’Islam Inc., organizzazione dagli obiettivi oscuri. “Chi è coinvolto lo fa da un’angolazione diversa e tutti intendono ingannare gli altri prima o poi”. Se un miasma di sospetto e di snobismo sta sospeso sopra il Quartiere Europeo di Tangeri, l’Islam Inc. che agisce nell’Interzona annovera nelle sue file un’accozzaglia di “Mullah e Muftì e Hussein e Caid e Glaoui e Sceicchi e Sultani e Santoni”, nonché rappresentanti di ogni partito arabo. Le loro riunioni finiscono spesso in rivolta, con Sceicchi che estraggono mitragliatrici e martiri nazionalisti che fanno esplodere granate occultate negli intestini, con grande dispendio di vite umane tra i convenuti. Quest’ultimo accenno ad attentatori auto-esplodenti, scritto nel 1959, suona sinistramente presago. La questione è: Burroughs ha registrato una condizione esistente nella Tangeri degli anni Cinquanta o ha “visto” il futuro con lo sguardo dell’artista? Oppure, ancora, ha creato egli stesso gli avvenimenti futuri inerenti a quel mondo semplicemente scrivendoli?
“Cos’è il destino? Il destino è scritto: Mektoub in arabo significa ‘È scritto’. Così se tu vuoi sfidare e cambiare il destino, fai a pezzi le parole. Falle diventare un nuovo mondo”. Questo scriveva l’artista totale Brion Gysin mentre influenzava col suo cut-up, una tecnica di collage casuale di testi eterocliti, la ricerca di William Burroughs su come sconfiggere la parola intesa come virus. Gysin e Burroughs, dal loro osservatorio Beat, si trovavano a combattere una battaglia che qualche decennio più tardi avrebbe travolto Salman Rushdie.
“In principio era il Verbo”, ricorda Giovanni all’inizio del Vangelo greco, elencando poi per sommi capi le tappe genetiche dell’universo. Manca una tappa al catalogo della creazione, forse perché sottintesa, mimetizzata nel mezzo di comunicazione usato per trasmettere le successive: la scrittura. Se in principio era il Verbo, egli ha prodotto come prima sua creazione la scrittura, da Lui discesa per tracciare il Destino (Mektoub: è scritto) di tutte le cose del mondo. Che gli dei greci fossero soggetti al Fato come unico inesorabile signore prova soltanto che loro non avevano generato la scrittura, ma ne erano stati invece generati. Per questo sono morti (anche se non ancora dimenticati, naturalmente, sempre grazie alla scrittura) lasciando rifulgere nel “firmamento” (sigla di Dio a sostegno del cosmo) il primigenio splendore del Verbo.
“Anche più della Bibbia ebraica e del Nuovo Testamento greco, il Corano arabo pone l’autorità come suo principio fondante”, scrive il critico letterario Harold Bloom. “Alcuni leggono la Bibbia come letteratura, cosa non facilmente accettabile per i credenti, tanto ebrei quanto cristiani. Ma il Corano letto come letteratura è ancora più inaccettabile per i fedeli musulmani. Il Corano è increato, poiché è letteralmente la parola di Dio, recitata dal Profeta”. A quale libertà attingere se ISLAM significa “abbandono (alla divina volontà)”, “sottomissione”, e Corano vuol dire “recitazione ad alta voce”, “lettura”? Ci si sottomette sudditi a un volere superiore, sia esso terreno o sovrannaturale. Si recita o si legge qualcosa di già scritto, il Mektoub che è il destino, che tutti attende all’imboccatura e all’uscita del tempo. Il Profeta (pace e benedizione su di lui) non fa che riportare un messaggio ricevuto dal Compassionevole, dal Misericordioso, dettandolo a chi sa scrivere. La Sottomissione è dunque una “recitazione” da cui un amanuense trae un “dettato”. Quale libertà può filtrare da un’inferriata di termini tanto precisi? È scritto, sottomissione, recitazione, dettato.
Giacobbe ha lottato contro l’angelo, dunque contro il “messaggio” di Dio. Ha lottato tutta la notte e al mattino il suo nome è stato cambiato nel nome del suo popolo. ISRAELE: Colui che ha combattuto contro Dio. “Lottò col Signore e vinse”, quantomeno non soccombette. Lottò contro il Signore o contro un suo Angelo, contro il suo messaggio, dunque, contro la notizia del Signore e vinse. Il nome del popolo di Israele è una polemica con la divinità, una dialettica vinta a un punto tale che è JHVH stesso – meglio non dire “in persona” – a regalargli il nome che servirà da appellativo a tutta la sua discendenza.
Nell’anno zero, Gesù porta il “buon angelo”, l’Evangelo, la “buona notizia”. Si è smesso di tenere un atteggiamento polemico col Signore, non è necessario negoziare con chi è buono.
Seicentodieci anni dopo, il Profeta ascolta le parole dell’arcangelo Gabriele e rifonda la religione monoteista in forma di Sottomissione. Tra la cultura ebraico-cristiana e quella islamica si perde così “sulla carta” l’idea di dialettica e di libertà di espressione. Il dettato prende il posto della discussione, il Destino quello del libero arbitrio e dell’Alleanza costruttiva, costantemente rinegoziata.