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MEKTOUB – Il Destino del Verbo

La grande tautologia rivelata a Mosé sul Sinai da Dio stesso in forma di Roveto ardente asserisce chiaramente l’immutabilità dell’ordine, qualunque esso sia, dalla divinità in giù. Io sono ciò che sono o io sono colui che sono è il colpo di genio delle Scritture ebraiche su cui tutto poggia, incluso l’edificio trascendentalmente immanente del Mektoub. “Ciò che è scritto è scritto”, tautologia conseguente, se ne infischia altamente dei tentativi sovversivi di Burroughs, Gysin & C. L’Islam Inc. si fonda su questa certezza, tra le cui pieghe brulicano attività apparentemente casuali, individuali, indipendenti, sganciate. È scritto: che le Torri gemelle rimangano su o che cadano giù, si tratta di dare la spintarella e vedere cosa succede. Che noi si debba dare la spintarella o siano loro a doverla dare, è scritto. Il povero Bill Lee negli anni Sessanta ritaglia righe scritte e le incolla tra loro nel disperato tentativo di sconfiggere il virus della parola, creando così future realtà “casuali” di cui non immagina la portata. Salman Rushdie nel 1988 reinventa l’arcangelo Gabriele sminuendo in modo squisitamente laico la rivelazione della Recitazione e s’inserisce nell’unica piccola apparente crepa del Corano, quella in cui Satana sembra essersi momentaneamente infiltrato tra l’enunciato del Profeta e la ricezione dell’uditorio. S’infila lì e fa strage di significati unendo il sogno all’invasamento e rimescolando le carte, neanche stesse compiendo un personale cut-up. La fatwā dell’imam Khomeini ne deriva quasi automaticamente ed è comprensibile. Parafrasando il pensiero di Claude Lévi-Strauss: se in un universo duale ti metti dalla parte del cattivo, troverai sempre uno buono che ti condanna a morte. È un modo diverso per dire: “è scritto”.
Secondo Milan Kundera, Khomeini ha reagito nell’unico modo possibile perché l’attacco di Rushdie non veniva da una bestemmia qualsiasi, ma da una scrittura antagonista qual è il Romanzo europeo. Se il romanzo con tutta la sua ambiguità e ironia laica riscrive la fondazione dell’Islam, c’è da preoccuparsi poiché si tratta di una nuova scrittura contro un’antica scrittura. E ciò che è scritto è scritto. In una cultura premoderna come l’Iran khomeinista – è sempre Kundera a definirla tale – non si può permettere a un romanziere anglo-indiano di estrazione musulmana di creare una contro-scrittura moderna che miri a incrinare la struttura stessa del destino. Chi crede che il Fato sia ciò che è scritto, deve stare ben attento a quello che la gente scrive. Il destino è determinato in forma di scrittura e un romanziere non può ambire a modificare la radice del destino senza rischiare la condanna capitale.
In questa logica, quanti destini intersecati formerebbero il tracciato pulviscolare decisivo per l’andamento del nostro mondo? Il mondo inteso almeno come pianeta Terra. Tutti oggi vogliono essere scrittori, come denuncia Milan Kundera nel Ventesimo secolo a proposito della moderna grafomania, tutti dunque vogliono scrivere il destino proprio e del mondo, possibilmente senza leggere quanto gli altri hanno scritto per loro. Il blog, strumento mediatico nato qualche decennio dopo l’allarme dello scrittore ceco, forma di comunicazione e luogo di riunione scritta non poi così interattiva come si vorrebbe credere, fotografa drammaticamente il potere profetico delle sue parole. Giacché i diversi linguaggi di Babele portano in sé miliardi di destini differenti e unici, o replicantisi in base agli scrittori, esiste una miriade di sorti che confluiscono alla fine in una sola che chiameremmo Storia. “La Storia siamo noi”, alla luce di tali considerazioni, è affermazione semplicistica e non vera: la Storia è il risultato delle mille creazioni linguistiche scritte dai dilettanti di tutto il pianeta.
Quando essa prenderà (o tornerà) a coinvolgere anche altri pianeti e altre galassie, vorrà dire che altri linguaggi si saranno messi in gioco influenzando a vicenda i rispettivi destini. Per ora bastano quelli terrestri a complicare le cose.
La scrittura araba va da destra a sinistra, l’occidentale da sinistra a destra. Tale contrasto potrebbe essere sufficiente a far cadere la scimitarra dell’incomprensione sul collo della libera volontà nel tentativo di affermare ciascuno la correttezza della direzione impressa al proprio linguaggio. Partendo da due diversi punti con due opposti vettori a spingere l’alfabeto, si può oltrepassare il logico punto d’incontro, rappresentato dalla traduzione, e desiderare uno scontro che permetta all’una delle forze linguistiche il passaggio nell’altra parte della pagina. La calligrafia giapponese si muove dall’alto verso il basso: in qualche dimensione storica delle civiltà magari esiste o è esistita una lingua che si scriveva dal basso verso l’alto, una lingua ora a noi ignota, perché soccombente alla scrittura giapponese? Il destino di ciò che è scritto si riverbera nel destino del popolo che ne usa la lingua.
Un modo particolare di procedere fu la scrittura bustrofedica (da [bous] bue e [strephein] volgere): in periodi e luoghi in cui il verso della scrittura non era stato ancora canonizzato, non era raro procedere alternando i due versi – così come il bue che arando giunge alla fine del campo e si volta per tracciare una linea parallela alla prima – ribaltando le lettere. Questa scrittura si può rinvenire nelle iscrizioni più antiche degli Etruschi e dei Romani, o in lingue più lontane come il perduto rongorongo dell’Isola di Pasqua, e in certe iscrizioni indiane e peruviane – senza contare che il tifinagh, l’alfabeto tuareg, a tutt’oggi non ha un senso preciso di scrittura, e segue spesso un andamento bustrofedico.
La magia marocchina prevede, per formare una griglia cabalistica, di scrivere in una direzione e quindi di girare la carta e scrivere in senso contrario in modo di chiudere a chiave ciò che si desidera avvenga. Perché scrivere significa far accadere, secondo le antiche credenze e quelle nuove, rimescolate da Burroughs nel tentativo di vincere il potere intricato dell’Islam Inc. Nello sforzo di sconquassare in ciò che è scritto la capacità di far accadere le cose, potere sciamanico delle antichissime civiltà cui s’ispiravano nel loro esperimento sovversivo, Gysin e Burroughs cercavano con la scrittura di riappropriarsi effettivamente della causalità di cui la scrittura aveva privato l’uomo. La lotta tra causalità del Mektoub e casualità del cut-up si combatteva già sullo scarto di lettera tra l’una e l’altra parola, scarto anagrammatico in italiano, rappresentato in inglese dalla semplice caduta di una U tra “cause” e “case”. Questa inversione a U nel linguaggio avrebbe potuto essere l’occulto meccanismo di ribellione attraverso cui la scrittura sarebbe tornata strumento vero nelle mani dell’umanità, sottratta come il segreto del fuoco alle spire impenetrabili del destino. Speravano quantomeno di neutralizzare l’irreversibilità del Mektoub, di ciò che è scritto. L’idea “lo scrivi perché accada” fa rabbrividire se si pensa alle bombe umane kamikaze delineate nel Pasto Nudo con un anticipo di circa vent’anni. Si tratta di veggenza o di autentico potere causativo esercitato incautamente tramite scrittura?
Cosa intendeva Paul Verlaine quando asseriva che, di là dell’arte poetica, “tutto il resto è letteratura”? Lui, poeta, affermava ciò che il suo sodale, allievo e maestro Arthur Rimbaud rivendicava per la poesia: il potere della veggenza. Il veggente vede ciò che “è scritto”, certo. Ma è il poeta che lo vede, e lo vede mentre scrive. Secondo J.P. Sartre, nel suo excursus sulla letteratura, non si può leggere ciò che si è scritto senza scriverlo nuovamente in quell’esatto momento. La seconda grande tautologia, “ciò che è scritto è scritto”, rivive nel filosofo esistenzialista contro le sue più intime intenzioni.
Con il suo “Je est un autre” (Io è un altro), nella seconda metà dell’Ottocento, il veggente Rimbaud scardina l’ordine del destino scritto bestemmiando direttamente la prima grande tautologia, quella divina, senza che nessun esponente del “monoteismo trinitario” lo condanni a morte. L’Islam Inc. doveva ancora evolversi in quella potente, meravigliosa e magmatica struttura, pensata e scritta un secolo più tardi da un divino visionario Beat.