un aedo

UN AEDO SENZA UNA LIRA

Un aedo senza una lira
Articolo di Marco Ongaro pubblicato su Cultora

Dall’urlo di Marsia spellato vivo nella boscaglia dopo aver perso la sfida musicale con Apollo, i cantori hanno sperimentato tempi difficili nel cimentarsi con il dio della poesia. Il rischio di finire scorticato per note non all’altezza delle sue parole, o viceversa, dissuaderebbe l’aedo più audace. Giusto il rapsodo, in quanto esecutore di cover, potrebbe illudersi di essere al riparo dalla maledizione del capostipite silvestre.
Non a caso ultimamente sempre più autori consacrati hanno ripiegato verso la traduzione o mera esecuzione di brani non propri. L’interpretazione diventa oggetto di disamina, la scrittura non più.
E si può immaginare che a perdere Marsia sia stata la sua incapacità di competere col suo flauto, con la sua arte aulica, a confronto con il dio della poesia armato di lira. La lira lascia libera la bocca per il canto, il flauto no. Le parole possono formarsi e salire in superficie sull’armonia lirica, mentre con il flauto rimangono scimmiottate più o meno delicatamente tra le guance. È il trionfo del cantautore sullo strumentista. Del multidisciplinare sullo specialista. Il poeta scrive e canta, così come il suo dio Apollo, mescola parole e musica, crea mondi tra un’arte e l’altra, il suonatore esegue melodie memorabili, ma è finita lì.
«Quando un sileno con il flauto incontra un dio con la cetra, il satiro con il flauto è un satiro scorticato», sarebbe questa la versione del mito in chiave spaghetti western. E la disavventura di Marsia insegna a tutti gli artisti: meglio non fissarsi in una forma. Meglio variare lo strumento o separarsene, soprattutto tenere libera la bocca.
Ma cosa succede quando l’aedo lascia la sua lira per dedicarsi magari alle parole, a espressioni poetiche multiformi non più sostenute dallo strumento musicale? È curiosa la reazione suscitata nel pubblico dall’ultima incarnazione di Marsia, il cantautore che lascia chitarra o pianoforte per armarsi di penna. Una sorta di sconforto coglie lo spettatore. Forse, più che sconforto, disorientamento: che ne è del poeta cantore?
La figura che accomunava le parole con le note ora trasfigura nell’inconsistenza di uno che scrive, scrive “soltanto”. La hybris di ritenersi poeta e basta, o romanziere, o saggista, blogger o qualunque altra categoria d’autore senza pianoforte e chitarra, autore senza strumento, sovrasta in dimensioni la piccola abitudine di disporre versi su cadenze tonali, eppure non risalta tanto per l’esagerazione quanto invece per la riduzione di efficacia intrinseca all’eliminazione dell’elemento musicale. Se la superbia del narratore o pamphlettista si mostra nel non aver bisogno di accompagnamento, quella del cantautore riciclato si erge immensa nella rinuncia allo strumento in favore di altre vie espressive, orfane di musica.
Al cospetto delle varie manifestazioni del fenomeno – salto nella letteratura, nella poesia, nella saggistica e nel romanzo, tuffo nell’opinionismo, nella regia cinematografica, nella conduzione teatrale e perfino televisiva – nessuno può negare la propria delusione per il cantautore scoperto a svolgere un’attività diversa dalla sua primigenia. Non gli ha da esser concesso di cambiare, di reimpostare la propria professionalità, giacché il cantore ha una missione popolare cui il popolo lo richiama costantemente, a costo di farsi spellare vivo.