un aedo

UN AEDO SENZA UNA LIRA

E non per una questione di merito. Se qualcuno cede alla generosa tentazione di leggere o ascoltare i discorsi, di esplorare le impulsive espressioni dell’inconsulto ex cantautore, magari ammette che non è male quello che fa. Però: le sue canzoni, quando scriveva canzoni, quando le cantava. Perché ha smesso?
L’abbandono dello strumento di esordio è il Peccato originale, la Caduta mai amnistiata all’individuo che, per brancolare in qualcosa di nuovo, ha cercato di uscire dal giro di accordi, dalle combinazioni in versi, rime e metri più o meno conclusi nell’arco dei tre minuti e mezzo di un’emissione sonora che nessuna radio trasmetterà. La piccolezza delle sue performance originarie, ben delineata nel termine ironico “canzonetta”, assume di colpo una statura irraggiungibile, un valore smisurato cui l’improvvido ha rinunciato per inseguire chimere troppo di là dalle sue competenze e idoneità. Cosa crede di fare? Perché sconfinare in altri campi quando era così riconoscibile in questo? Perché rinunciare a un talento noto per avventurarsi in terre dal talento dubbio? Perché non scrive più canzoni? Era così riposante saperlo ancorato a questa piccola grande attività. Uscendone, finirà per bruciarsi tra i venti contrastanti della dimensione creativa più esecrata: l’eclettismo.
L’atteggiamento di pensiero che sceglie e accetta dai vari sistemi filosofici alcune dottrine e le coordina armonicamente, in ambito artistico è venuto assumendo non più il significato iniziale di selezione e unione di diversi stili in un’unica opera, bensì di erranza tra discipline con conseguente smarrimento del fruitore.
L’eclettismo è il risultato naturale di una curiosità che nessuno perdona.
Quando Jean Cocteau – per sfruttare un esempio emblematico dell’imprendibilità di un eclettico – si è messo a girare film dopo aver scritto teatro, dopo aver pubblicato saggi estetici sulla musica contemporanea, dopo aver riscritto tragedie, dopo aver fatto il poeta ed editato poeti, dopo aver illustrato scritti altrui e ritratto artisti in vita e post mortem, dopo aver fotografato Picasso, Modigliani e Jacob, dopo aver scritto pamphlet omosessuali anonimi, dopo aver creato aforismi memorabili, dopo aver ideato gingle pubblicitari, dopo aver connesso fisicamente Man Ray a Marcel Proust, dopo aver ispirato Édith Piaf e composto testi di canzoni, tutti avevano da ridire sul suo touche-à-tout performativo. “Chi fa tante cose non ne fa bene neanche una” è la sentenza con cui si cerca di ridurre il raggio d’azione di chi sente di doversi esprimere attraverso mezzi che esulino dal rigore settoriale cui il mito moderno dello specialismo vorrebbe ricondurre ciascuna attività umana.