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IO TI AMO – LA SECONDA GRANDE TAUTOLOGIA

IO TI AMO – LA SECONDA GRANDE TAUTOLOGIA

Articolo scritto da Marco Ongaro per la rivista Inchiostro

George Steiner scriveva, o era forse Harold Bloom?, qualcosa a proposito della Grande Tautologia: l’asserzione divina ben presente a chi come loro appartiene alla stirpe dell’Ebreo Errante che insegue nella letteratura lo spettro iniziatico delle Sacre Scritture.
La figura retorica che consiste nel dire la stessa cosa, dal greco tautología ‘che dice lo stesso’, composto di tautós ‘lo stesso, medesimo’ e –logía ‘discorso’, è un’anomalia nel mondo animato dei traslati fondati sul miracolo cangiante dell’analogia, e diventa Grande acquisendo la maiuscola quando pronunciata nientemeno che dall’Essere Supremo, il Dio delle tre grandi religioni monoteiste apparso a Mosè in forma di roveto ardente. Alla domanda posta dal futuro liberatore dei Leviti dalla cattività egizia, «Chi sei?», l’arbusto in fiamme risponde, a prescindere dall’infedeltà dei traduttori: «Io sono chi sono». Una essenza talmente essente da non potersi definire che con il proprio essere. L’ontologia in sé. Forse un suggerimento per i mortali creati a Sua immagine di non stare lì a cercarsi troppe sovrastrutture identitarie ma di cogliere semplicemente la propria scintilla divina e definirsi per il loro puro essere.
Eccola la Grande Tautologia, quella che un Brion Gysin allucinato al Beat Hotel di Parigi scompone in un cut-up azzardato ottenendo, grazie all’inversione che in inglese trasforma le affermazioni in domande, l’interrogativo rivelatore: «Sono io chi sono?» e convincendo sé e il sodale William Burroughs di aver scoperto finalmente la chiave per scombinare il “destino scritto”, l’arabo Mektoub, verso nuove sconvolgenti verità.
Nessuna tautologia in seguito avrebbe più avuto la stessa potenza evocativa. Non certo il «Perché Sanremo è Sanremo», di Pippo Baudo, né tanto meno la classica risposta della madre esasperata: «Perché no», che su tale artificio retorico poggiano le loro fortune. Niente di simile ha più avuto pari dignità, non per questo la forma tautologica ha smesso di ripresentarsi nel linguaggio umano svolgendo talora compiti di riguardo.
È il caso dell’abusata e al tempo stesso mai sufficientemente inflazionata frase «Ti amo», tirata in ballo da Roland Barthes nel suo libro di maggior successo: Frammenti di un discorso amoroso. Il semiologo francese, nel constatare che tale dichiarazione ripetuta perde lo smalto e lo scopo stesso della prima volta in cui viene pronunciata, ne sottolinea l’aspetto tautologico attribuendole al contempo una funzione fàtica. Introdotta dall’etnologo Bronisław Malinowski e ripresa dal linguista Roman Jakobson, essa si delinea come una funzione del linguaggio orientata sul canale comunicativo allo scopo di stabilire, mantenere, prolungare o verificare il contatto con l’interlocutore, assicurando che la comunicazione sia operante e impedendo il silenzio. Un modo di parlarsi per parlarsi, senza dire niente di rilevante ma riservandosi l’opportunità di farlo. Degli esempi includono i saluti, le risposte di assenso, gli ammiccamenti e frasi come «Pronto?», «Mi senti?» o la più usata dagli Americani: «Capisci quello che intendo? (Do you see what I mean?)». Frasi che non dicono niente altro che: «Stiamo parlandoci».
Sempre secondo Barthes, lo stesso discorrere del “tempo che fa”, in un contesto cittadino dove dal meteo non dipendono le sorti dei raccolti, svolge una funzione squisitamente fàtica. È dire a chi si incontra per strada o in ascensore: «So che esisti e voglio che tu sappia che anch’io esisto e insieme stiamo in questo mondo, condividiamo queste temperature e manifestazioni atmosferiche e “speriamo che duri”». Lungi dal sottovalutarne l’importanza, quindi, il teorico individua la medesima mansione, quella di mantenere il contatto comunicativo, nella frase «Ti amo» ripetuta più volte tra innamorati dopo che l’iniziale scopo dichiarativo è venuto a sfumare. E riconosce in essa pure la perfezione enunciativa che non trova corrispettivo in alcuna conseguente replica, del tipo «Anch’io», sminuente rispetto all’affermazione originale che costituirebbe invece l’unica risposta utile a mantenere il contatto allo stesso livello e con la medesima intensità di senso. A «Ti amo», insomma, si dovrebbe rispondere solo «Ti amo», chiudendo compiutamente il cerchio e annullando qualunque sbavatura non tautologica.
È curioso come un altro grande sociologo dell’arte o artista della sociologia, Andy Warhol, abbia osservato qualcosa di simile in merito a un tipico film d’amore hollywoodiano che, con grande gusto antropologico, si è trovato a divorare sull’apparecchio televisivo sempre acceso davanti a sé. Nel libro autobiografico La filosofia di Andy Warhol, lo descrive così: «Sono rimasto sbalordito perché non facevano altro che ripetersi come fosse meraviglioso ogni prezioso istante che trascorrevano vicini. E dunque ogni prezioso istante non era che la garanzia di ogni prezioso istante successivo”. Riecco l’essenza tautologica in azione.
Il sospetto che una volta innamorati non resti altro da dirsi se non che si è innamorati, e quanto, e per quanto tempo si spera di restarci, viene confermato con forza da una canzone di successo scritta da Giancarlo Guardabassi, Harold Spina e Francesco Specchia, portata da Alberto Lupo in testa alle classifiche dei dischi più venduti nel 1967. Io ti amo è il titolo italiano del brano interpretato con stile decisamente più sobrio da Anthony Quinn nella versione originale, I love you, you love me. Ebbene, il testo sembra voler corroborare definitivamente la teoria di Barthes e le osservazioni di Warhol.

Io ti amo.
Io ti amo.
Io ti amo.
Io ti amo.

Io ti amo.
In quanti modi posso dirtelo
Che ti amo.

Io ti amo.
C’è un solo modo per dirtelo,
Uno solo.

Tu mi ami.
È bello, si è bello perché
Adesso siamo qui, noi due, solo noi due.

E io ti amo.
E tu,
Tu mi ami.

Io ti amo.
In quanti modi si può dire “io ti amo”.
I love you, te quiero, s’agapò, je t’aime.

Io ti amo.
C’è un solo modo
Per dirtelo.

Io ho bisogno,
Ho bisogno di te,
Che tu mi ami.

Che bello pensare che siamo qui,
Noi due, io e te amore.
Noi due, solo noi due.

E io ti amo.
E tu,
Tu mi ami

Ad aggiungere tautologia a tautologia è l’osservazione che la canzone, adagiata su un tappeto di coro che ne intona i versi, non è nemmeno cantata bensì declamata con tono assertivo dall’attore che si compiace di questo “niente” avvolgente, questo amore che per manifestarsi necessita della continua ripetizione della sua esistenza, della permanenza accertata dei due innamorati in un universo comprovato in cui null’altro resta da fare se non contemplare a parole un fatto immutabile che si teme forse sfugga se non lo si continua a confermare ad alta voce.
Neanche due anni dopo, verrà Serge Gainsbourg a fare strame di tutta questa medesimità del medesimo, sbattendo in faccia al mondo il vuoto del tautologico amoroso con la sua inconcepibile risposta nella canzone Je t’aime… moi non plus: Ti amo… neanch’io.
Ma di questo già parlammo.

JE T’AIME… MOI NON PLUS – Andirivieni d’amore…

…tra Jane Birkin e Serge Gainsbourg

Articolo di Marco Ongaro  per la rivista 
Inchiostro 

Uno special televisivo su Serge Gainsbourg, a Parigi. Una di quelle trasmissioni celebrative del genio dopo la sua morte. Non che lui non avesse goduto di riconoscimenti in vita, anzi. Ma se li era tutti guadagnati. Eppure pareva non averne mai abbastanza, ruminava e bruciava alcol e sigarette come non dava posa all’intelletto. “Uno scorticato vivo”, lo definiva Jane Birkin sullo schermo. Uno che amava la vita e la scioglieva nell’acido, potremmo anche dire. Il grandissimo successo di Je t’aime… moi non plus, tanto frainteso all’estero quanto naturale in Francia. Moi non plus significa neanch’io. Vallo a dire a chi di qua delle Alpi è ancora convinto che voglia dire io non più, oppure io di più com’era stato cantato nella versione italiana. La grandezza poetica di un uomo che alla donna innamorata nel bel mezzo dell’atto sessuale risponde neanch’io è troppa perché una mente semplice la possa abbracciare. C’è il potere e la debolezza, c’è la consapevolezza di Casanova e la coscienza della fatuità del sentimento coronato dal piacere. Il Grande Veneziano dichiarava amore eterno, s’inerpicava su promesse irraggiungibili e vagheggiava impossibili matrimoni quand’era animato dal demone del desiderio. Lo faceva senza mentire, poiché sapeva che quel sentimento era la menzogna che si consuma nella verità dell’attimo. Ciò che sarà poi non è dato saperlo, e pure il sentimento della donna che dichiara in quell’attimo il massimo amore è passibile di decadenza, quando non di scadenza. Ecco come una promessa d’amore rimane vera anche di fronte a ogni postuma evidenza contraria. Questa era la genialità di Casanova, questo era il motivo per cui le donne gli cedevano: si sentivano sinceramente amate. Con loro condivideva onestamente l’effimero dell’amore passionale, la sua caducità intrinseca. E questa stessa era la consapevolezza espressa in gran parte della poetica di Leonard Cohen, che già nel 1966 cantava in Hey, that’s no way to say goodbye :

Ti ho amata nel mattino
I nostri baci caldi e profondi
I tuoi capelli sul cuscino
Come una dorata tempesta dormiente
Molti hanno amato prima di noi
Lo so non siamo nuovi
In città e nelle foreste
Hanno sorriso come noi
Ma ora ci siamo allontanati
E dobbiamo entrambi tentare
I tuoi occhi sono bagnati di tristezza
Ehi, non è questo il modo di dirsi addio

Non sto cercando un’altra
Mentre vago per il mio tempo
Accompagnami fino all’angolo
I nostri passi faranno sempre rima
Sai che il mio amore viene con te
Come il tuo amore resta con me
È solo il modo che cambia
Come il mare e la battigia
Ma non parliamo d’amore o di catene
E di cose che non possiamo sciogliere
I tuoi occhi sono bagnati di tristezza
Ehi, non è questo il modo di dirsi addio

Ma come? L’ha amata nel mattino e sono già all’addio? Già nell’apice dell’amplesso se ne consuma lo scioglimento. Non per rivalità o dissapori. Non è una questione di lei o lui o un’altra o un altro. Si tratta dell’amore in sé che, come canta ancora Cohen nella sua Ballad of absent mare, “è come fumo senza via di scampo”. Siamo a pochi passi dal 1968, l’addio è sull’uscita del rapporto sessuale, appena finito ci si saluta per sempre. Comunque dopo essersi espressi l’amore nell’acme erotico.

Nel 1968 – tale era l’anno previsto per l’uscita di Je t’aime… moi non plus nella versione con Brigitte Bardot poi passata al 1969 con la Birkin – Serge Gainsbourg oltrepassa il confine e guarda la realtà in faccia. Non quella dell’attimo, ma quella del tempo compreso in tutta la sua interezza. Il momento dell’incanto è già avvolto dalla vacuità, dal marciume. Come Baudelaire guarda il bel viso di donna che ha di fronte senza riuscire a togliersi dagli occhi l’immagine del futuro teschio divorato dai vermi, così lo chansonnier osserva il futuro di un amore forse mai nato, arso nell’atomo di tempo logorato nella passione.

Lei: Ti amo, ti amo
oh sì, ti amo

Lui: Neanch’io

Lei: Oh amore mio
Lui: Come l’onda irrisolta

Vado vado e vengo
Tra le tue reni
Vado e vengo
Tra le tue reni
E mi trattengo

Lei: Ti amo ti amo
Oh sì ti amo

Lui: Neanch’io
Lei: Oh, amore mio
Tu sei l’onda, io l’isola nuda
Tu vai e vieni
Tra le mie reni
Tu vai e vieni
Tra le mie reni
E io ti raggiungo

Lei: Ti amo, ti amo
Oh sì ti amo
Lui: Neanch’io
Lei: Oh, amore mio
Lui: L’amore fisico è senza uscita

Vado e vengo
Tra le tue reni
Vado e vengo
Tra i tuoi fianchi
E mi trattengo
Lei: no adesso continua
vieni

Il poeta sente che lei gli dice che lo ama perché sta facendo l’amore, perché sta andando e venendo tra le sue reni nel tentativo di unirsi, raggiungerla, farsi raggiungere. Ma tutto questo è già finito, è un’illusione. Il sentimento che lei dice di provare ora è eterno quanto l’atto che stanno compiendo. Solo la ripetizione donerà loro la speranza di una perpetuità impossibile. Potranno rifarlo, sì, e proveranno forse le stesse meravigliose sensazioni, ma fino a quando? Qui Serge Gainsbourg affonda il verso decisivo: L’amore fisico è senza uscita. L’andirivieni non porta da nessuna parte, quell’intensità è già inganno. Appena passato, nel languore che segue l’amplesso, quando si vorrà fumare, mangiare qualcosa o bere un bicchiere di vino, tutto avrà assunto già i contorni del ricordo confuso col sogno. L’avrà davvero amato? Sarà mai stata sincera?

Gainsbourg decide di non conformarsi all’ipocrita lettor cui si rivolse Baudelaire e risponde ciò che pensa, ciò che sa. E lo fa da poeta, con tre semplici sillabe: moi non plus, neanch’io. L’ipocrita ascoltatore straniero può illudersi con una traduzione fasulla, può immaginare che senz’altro il cantante intendesse dire anch’io, poiché è più logico, più bello e sopportabile. Ma non fa che negare a se stesso ciò che sa o, più facilmente, preferisce continuare a ignorare. La risposta ribalta la domanda in modo troppo brusco e la cosa avviene in un ambito troppo dolce e sensuale perché si possa permettere alla brutalità della vita di irrompervi impunemente col suo cinismo.  Rispondendo “neanch’io” dichiara la consapevolezza che nemmeno lei lo ama, in primo luogo, che lo sappia o meno. O sta mentendo in preda all’ebbrezza deviante del desiderio oppure è inconsapevole. Non per questo la bugia è meno falsa.

L’uomo Gainsbourg, intervistato in proposito, languidamente accovacciato su un divano a fianco della sua Jane, dopo aver lanciato su vinile per il mondo intero lo scandalo del suo rapporto sessuale con la donna amata, risponde con magistrale ironia: “Sono un uomo molto pudico, per cui quando lei mi dice che mi ama non oso rispondere anch’io”. L’inventore della canzone erotica con tanto di sospiri e gemiti ha la spudoratezza di definirsi pudico. Fino a dove può spingersi l’ironia di un genio?

In verità si tratta di effettivo pudore. L’artista sente che sarebbe davvero spudorato solo se rispondesse anch’io a una menzogna tanto implicita. Jane dopo alcuni anni non ne può più di una vita fatta di notti bianche, alcol e sigarette. Un mattino se ne va lasciando un biglietto in cui lo implora di non cercarla. Forse non aveva torto il poeta. I poeti non hanno torto né ragione: sentono, tutto lì.