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Il Blog di Marco Ongaro.

Qui si trovano articoli che Marco Ongaro ha scritto per alcune testate giornalistico-culturali e scritti vari

IO TI AMO – LA SECONDA GRANDE TAUTOLOGIA

IO TI AMO – LA SECONDA GRANDE TAUTOLOGIA

Articolo scritto da Marco Ongaro per la rivista Inchiostro

George Steiner scriveva, o era forse Harold Bloom?, qualcosa a proposito della Grande Tautologia: l’asserzione divina ben presente a chi come loro appartiene alla stirpe dell’Ebreo Errante che insegue nella letteratura lo spettro iniziatico delle Sacre Scritture.
La figura retorica che consiste nel dire la stessa cosa, dal greco tautología ‘che dice lo stesso’, composto di tautós ‘lo stesso, medesimo’ e –logía ‘discorso’, è un’anomalia nel mondo animato dei traslati fondati sul miracolo cangiante dell’analogia, e diventa Grande acquisendo la maiuscola quando pronunciata nientemeno che dall’Essere Supremo, il Dio delle tre grandi religioni monoteiste apparso a Mosè in forma di roveto ardente. Alla domanda posta dal futuro liberatore dei Leviti dalla cattività egizia, «Chi sei?», l’arbusto in fiamme risponde, a prescindere dall’infedeltà dei traduttori: «Io sono chi sono». Una essenza talmente essente da non potersi definire che con il proprio essere. L’ontologia in sé. Forse un suggerimento per i mortali creati a Sua immagine di non stare lì a cercarsi troppe sovrastrutture identitarie ma di cogliere semplicemente la propria scintilla divina e definirsi per il loro puro essere.
Eccola la Grande Tautologia, quella che un Brion Gysin allucinato al Beat Hotel di Parigi scompone in un cut-up azzardato ottenendo, grazie all’inversione che in inglese trasforma le affermazioni in domande, l’interrogativo rivelatore: «Sono io chi sono?» e convincendo sé e il sodale William Burroughs di aver scoperto finalmente la chiave per scombinare il “destino scritto”, l’arabo Mektoub, verso nuove sconvolgenti verità.
Nessuna tautologia in seguito avrebbe più avuto la stessa potenza evocativa. Non certo il «Perché Sanremo è Sanremo», di Pippo Baudo, né tanto meno la classica risposta della madre esasperata: «Perché no», che su tale artificio retorico poggiano le loro fortune. Niente di simile ha più avuto pari dignità, non per questo la forma tautologica ha smesso di ripresentarsi nel linguaggio umano svolgendo talora compiti di riguardo.
È il caso dell’abusata e al tempo stesso mai sufficientemente inflazionata frase «Ti amo», tirata in ballo da Roland Barthes nel suo libro di maggior successo: Frammenti di un discorso amoroso. Il semiologo francese, nel constatare che tale dichiarazione ripetuta perde lo smalto e lo scopo stesso della prima volta in cui viene pronunciata, ne sottolinea l’aspetto tautologico attribuendole al contempo una funzione fàtica. Introdotta dall’etnologo Bronisław Malinowski e ripresa dal linguista Roman Jakobson, essa si delinea come una funzione del linguaggio orientata sul canale comunicativo allo scopo di stabilire, mantenere, prolungare o verificare il contatto con l’interlocutore, assicurando che la comunicazione sia operante e impedendo il silenzio. Un modo di parlarsi per parlarsi, senza dire niente di rilevante ma riservandosi l’opportunità di farlo. Degli esempi includono i saluti, le risposte di assenso, gli ammiccamenti e frasi come «Pronto?», «Mi senti?» o la più usata dagli Americani: «Capisci quello che intendo? (Do you see what I mean?)». Frasi che non dicono niente altro che: «Stiamo parlandoci».
Sempre secondo Barthes, lo stesso discorrere del “tempo che fa”, in un contesto cittadino dove dal meteo non dipendono le sorti dei raccolti, svolge una funzione squisitamente fàtica. È dire a chi si incontra per strada o in ascensore: «So che esisti e voglio che tu sappia che anch’io esisto e insieme stiamo in questo mondo, condividiamo queste temperature e manifestazioni atmosferiche e “speriamo che duri”». Lungi dal sottovalutarne l’importanza, quindi, il teorico individua la medesima mansione, quella di mantenere il contatto comunicativo, nella frase «Ti amo» ripetuta più volte tra innamorati dopo che l’iniziale scopo dichiarativo è venuto a sfumare. E riconosce in essa pure la perfezione enunciativa che non trova corrispettivo in alcuna conseguente replica, del tipo «Anch’io», sminuente rispetto all’affermazione originale che costituirebbe invece l’unica risposta utile a mantenere il contatto allo stesso livello e con la medesima intensità di senso. A «Ti amo», insomma, si dovrebbe rispondere solo «Ti amo», chiudendo compiutamente il cerchio e annullando qualunque sbavatura non tautologica.
È curioso come un altro grande sociologo dell’arte o artista della sociologia, Andy Warhol, abbia osservato qualcosa di simile in merito a un tipico film d’amore hollywoodiano che, con grande gusto antropologico, si è trovato a divorare sull’apparecchio televisivo sempre acceso davanti a sé. Nel libro autobiografico La filosofia di Andy Warhol, lo descrive così: «Sono rimasto sbalordito perché non facevano altro che ripetersi come fosse meraviglioso ogni prezioso istante che trascorrevano vicini. E dunque ogni prezioso istante non era che la garanzia di ogni prezioso istante successivo”. Riecco l’essenza tautologica in azione.
Il sospetto che una volta innamorati non resti altro da dirsi se non che si è innamorati, e quanto, e per quanto tempo si spera di restarci, viene confermato con forza da una canzone di successo scritta da Giancarlo Guardabassi, Harold Spina e Francesco Specchia, portata da Alberto Lupo in testa alle classifiche dei dischi più venduti nel 1967. Io ti amo è il titolo italiano del brano interpretato con stile decisamente più sobrio da Anthony Quinn nella versione originale, I love you, you love me. Ebbene, il testo sembra voler corroborare definitivamente la teoria di Barthes e le osservazioni di Warhol.

Io ti amo.
Io ti amo.
Io ti amo.
Io ti amo.

Io ti amo.
In quanti modi posso dirtelo
Che ti amo.

Io ti amo.
C’è un solo modo per dirtelo,
Uno solo.

Tu mi ami.
È bello, si è bello perché
Adesso siamo qui, noi due, solo noi due.

E io ti amo.
E tu,
Tu mi ami.

Io ti amo.
In quanti modi si può dire “io ti amo”.
I love you, te quiero, s’agapò, je t’aime.

Io ti amo.
C’è un solo modo
Per dirtelo.

Io ho bisogno,
Ho bisogno di te,
Che tu mi ami.

Che bello pensare che siamo qui,
Noi due, io e te amore.
Noi due, solo noi due.

E io ti amo.
E tu,
Tu mi ami

Ad aggiungere tautologia a tautologia è l’osservazione che la canzone, adagiata su un tappeto di coro che ne intona i versi, non è nemmeno cantata bensì declamata con tono assertivo dall’attore che si compiace di questo “niente” avvolgente, questo amore che per manifestarsi necessita della continua ripetizione della sua esistenza, della permanenza accertata dei due innamorati in un universo comprovato in cui null’altro resta da fare se non contemplare a parole un fatto immutabile che si teme forse sfugga se non lo si continua a confermare ad alta voce.
Neanche due anni dopo, verrà Serge Gainsbourg a fare strame di tutta questa medesimità del medesimo, sbattendo in faccia al mondo il vuoto del tautologico amoroso con la sua inconcepibile risposta nella canzone Je t’aime… moi non plus: Ti amo… neanch’io.
Ma di questo già parlammo.

Quando la vita seguiva il rock ‘n’ roll – La soddisfazione dei Rolling Stones

Quando la vita seguiva il rock ‘n’ roll – La soddisafazione dei Rolling Stones

Articolo scritto da Marco Ongaro per la rivista Inchiostro

(I Can’t Get No) Satisfaction è una canzone dei Rolling Stones pubblicata nel giugno del 1965, anno della morte di Winston Churchill e dell’inizio della guerra americana in Vietnam. John Fitzgerald Kennedy è già sepolto da due anni e Bob Dylan, sempre in giugno, pubblica Like a rolling stone, avvenimenti apparentemente di portata impari. Ma chi può dirlo? Mentre l’ex folksinger scandalizza definitivamente l’ambito di provenienza musicale concretizzando la sua era elettrica dal vivo, Jagger, Richards & Co. sbattono in faccia al mondo il loro mix di frustrazione giovanile legato al due di picche della solita ragazza ma soprattutto alle manchevoli promesse della pubblicità radiotelevisiva. Dylan delinea lo scenario di un capovolgimento sociale che mette fuori gioco la bella bianca di buona famiglia destinata a diventare clochard mentre i Rolling Stones, che della sua canzone detengono parte del titolo nell’intestazione aziendale, affermano che i messaggi dei media sono fonte di disagio e alienazione su larga scala.

Mancano tre anni al fatidico 1968 delle proteste operaie e manifestazioni universitarie, un solo anno all’impegno una tantum di Gianni Morandi che nel 1966 avrebbe sospeso la sua sequenza di canzoni a tema amoroso per incidere C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones di Migliacci e Lusini, in seguito entrata nel repertorio di Joan Baez. La cultura popolare delle canzonette è in anticipo sui tempi della cronaca destinata a diventare Storia, o almeno lo era. Non seguiva: precorreva. Il pubblico veniva formato dalle canzoni o semplicemente gli artisti erano più connessi e ne percepivano gli umori in tempo reale, mentre il mondo ufficiale continuava a cullarsi in qualche “Come eravamo” difficile da uccidere senza dolore? Comunque sia, il discorso messo in campo dagli Stones con il loro brano è più efficace di un trattato di sociologia nel descrivere il senso di vuoto e il vuoto di senso all’apogeo della società dei consumi.

È vero, la pop art di Andy Warhol serigrafava bottigliette di Coca-cola dal 1962, e nel 1964 si era spinta a realizzare una serie di sculture in cui riproduceva fedelmente delle scatole di pagliette saponate per pulire le stoviglie, marca Brillo, in vendita nei supermercati per pochi centesimi: le cosiddette Brillo Box, divenute subito famosissime almeno quanto le sue serigrafie con le lattine di zuppa Campbell. Ma niente come la musica, pop appunto, era destinata a frantumare lo specchio della società mescolando la rappresentazione con la realtà rappresentata.

Il linguaggio usato da Jagger/Richards, su uno dei riff di chitarra elettrica riconosciuto tra i più potenti di tutti i tempi, è immediato, dialogico, una sorta di confidenza fatta tra amici fuori dal pub. 

Quando sto guidando la mia macchina
E l’uomo arriva nella radio
E mi dice un sacco di cose
Circa qualche inutile informazione
Che dovrebbe guidare la mia immaginazione
Non posso avere soddisfazione
Perché ho provato e provato
E provato e provato
Ma non posso avere soddisfazione

… Quando sto guardando la TV
E un uomo arriva e mi dice
Quanto bianche possono essere le mie camicie
Ma lui non può essere un uomo perché
Non fuma le stesse sigarette che fumo io
Non posso avere soddisfazione

Il discorso è chiaro, allude alla pubblicità, l’“anima del commercio” che un grande pubblicitario come Marcello Marchesi ribalterà nel “commercio dell’anima”, un sistema di informazioni che non solo non riesce a guidare l’immaginazione del protagonista, ma neanche a qualificare come reale l’estensore degli annunci, in quanto non fumatore delle stesse sigarette di chi sta cantando. Qui si apre una distinzione foriera di nuovi sviluppi: quali sarebbero le sigarette che Mick Jagger fumava all’epoca? Forse non le Winston da macho promosse in TV ma qualcosa di meno legale e meno allineato al sistema autorizzato. Qualcosa di pertinente a un sistema diverso, non per forza meno deleterio ma lastricato di buone intenzioni e soprattutto opposto a quello preponderante dei genitori. La generazione delle droghe si sta presentando come quella che “spalancando le porte della percezione” può denunciare l’insensatezza del mondo consolidato tra guerre e consumismo. Il semplice denunciare l’insoddisfazione data da ciò che soddisfazione dovrebbe invece offrire, nell’ottica di un benessere economico mai sperimentato prima, esalta il passaggio da lotta di classe a lotta generazionale. La terza strofa della canzone, che inserisce il protagonista in quel mondo degli affari che poi neanche nella soddisfazione sessuale risulta efficace, dà la mazzata finale anche alle canzoni d’amore destinate alle teenager urlanti al seguito delle band per le vie di Londra.

Quando me ne vado in giro per il mondo
E faccio questo e firmo quello
E cerco di farmi qualche ragazza
Che mi dice è meglio che ripassi, forse la settimana prossima
Perché vedi, sono su una serie di sconfitte
Non posso avere soddisfazione

Non sembra neanche più un rocker quello che canta quest’ultima strofa, ma l’uomo d’affari prospettato dai media che, di fronte alle delusioni della realtà rispetto alle promesse pubblicitarie, si dichiara sconfitto.

E non è un caso che dal riff di questa canzone ne nasca un altro, altrettanto potente ma forse troppo riecheggiante il primo. Il riff di un brano che tre anni più tardi sancisce l’avvenuta decadenza e mutazione del ribellismo giovanile proprio nel momento in cui il mondo si prepara a consacrarlo.

Ascoltando Jumpin’ Jack Flash, pubblicata dai Rolling Stones nel maggio del 1968, salta subito all’orecchio la somiglianza tra il riff di chitarra di Satisfaction e quello che lo segue ora. La continuità tra i due brani è ben simboleggiata da questa frase musicale perlopiù intensificata nella frequenza della sua scala ascendente. Laddove musica e testo si trovano ad aderire, il miracolo creativo si compie, in questo caso per la seconda volta. La soddisfazione mancante del primo brano riverbera nell’ironica eccitazione del secondo, agitando la frase muasicale quasi a sottolinearne più o meno consapevolmente l’ereditarietà.

Le esegesi del testo puntano quasi tutte a decifrarne il titolo. Cos’è il Lampo del Jack Saltellante? Soprattutto cos’è un Jack quando non è un nome proprio, versione informale del nostro Giovanni, ma anche talora Giacomo? È il fante nelle carte, il marinaio sulle navi, il maschio zoologico e il maschio nei cavi elettrici. È Il tizio molto simile a un matto, un fool, un joker a molla che salta fuori dalla scatola a sorpresa detta Jack in the box, per cui si resta folgorati da uno spavento subitaneo che si rigira presto in scherzo. È il titolo della vecchia canzone popolare inglese Jumping Jack spesso utilizzata nei metodi per chitarra negli anni ’50 e ’60 ed è pure il nome di una creatura che molestava le donne nella Londra dei primi dell’800, che aveva occhi di fuoco, fiato di ghiaccio, saltava da un tetto all’altro e non fu mai catturato. I jumping jack cracker erano invece dei petardi, detti anche jack flash per l’intensità della luce al momento dello scoppio. Dato che in Inghilterra ci sono parecchi pub chiamati Jumping Jack, si suppone che con questo nome si indichi qualsiasi cosa strana, deviante dalla norma e che incuta paura. Il flash, oltre a significare “lampo”, nel gergo dei drogati rappresenta l’arrivo al cervello dell’eroina o qualunque cosa ci si sia iniettata, il suo esplodere improvviso e fulgido, quello che si potrebbe definire come il primo manifestarsi dello sballo, l’apparizione della droga in tutta la sua qualità. Droga tagliata, flash fiacco, droga pura, flash grandioso. Il fool che salta fuori dalla scatola all’improvviso rende bene l’idea.

Jagger dal canto suo ha tagliato corto dicendo che il pezzo è stato ispirato da uno dei giardinieri della casa di campagna di Keith Richards dove il brano fu concepito, un certo Jack Dyer, un tipo che aveva avuto una vita dura ma che poi ne era uscito bene. La versione del front man degli Stones è fasulla quanto riduttiva, com’è nella tradizione degli autori che non vogliono sbottonarsi e lasciano legittimamente aperte le loro creazioni a tutte le interpretazioni. Vero è che il primo verso della canzone, I was born in a cross fire hurricane (Sono nato nel fuoco incrociato di un uragano), è riferito su espressa indicazione di Keith Richards al bombardamento sopra Dartford, Inghilterra, avvenuto nel 1943 nella notte in cui il musicista veniva alla luce. Ma vediamo il testo nel suo insieme, unificando le strofe per lasciare solo alla fine il ritornello in cui campeggia il titolo.

Sono nato nel fuoco incrociato di un uragano
E ho urlato a mia mamma nella pioggia battente
Mi ha cresciuto una strega barbuta e sdentata
Sono andato a scuola a cinghiate sopra la schiena
Sono affogato, tirato a riva e dato per morto
Sono crollato sui miei piedi e li ho visti sanguinare
Ho supplicato per le briciole di una crosta di pane
Sono stato incoronato con una spina nella mia testa

Ma va tutto bene
adesso infatti è uno sballo
Ma va tutto bene, sono il Lampo del Jack saltellante
È uno sballo sballo sballo

Se si fosse trattato davvero solo di Jack Dyer il giardiniere, le vicissitudini sarebbero un po’ troppe per dire che “aveva avuto una vita dura dalla quale poi era uscito bene”. Soprattutto l’ultimo verso, riecheggiante la corona di spine del Cristo, sembra unificare le simbologie verso una descrizione di disgrazie generazionali vissute nei ceti bassi, tra incomprensioni, sfortuna e mancanza di opportunità emancipanti, più che tracciare il percorso esistenziale di un singolo. L’individuo scolarizzato a cinghiate lungo la schiena è fratello dell’alunno di cui i Pink Floyd vent’anni più tardi avrebbero preso le difese nel brano The Wall. Il bombardamento alla nascita del chitarrista degli Stones lo accomuna alla sorte di molti suoi coetanei e, pur non allevati da streghe barbute, tanto John Lennon che Eric Clapton avrebbero potuto sottoscrivere l’esperienza di un’infanzia insensatamente priva di madre. La fame forse non li aveva toccati al punto di supplicare briciole di pane ma certo questo era accaduto ad altri della loro generazione, come a generazioni precedenti, vedi quella di Charlie Chaplin. Insomma il nodo da districare non sta nelle strofe della canzone ma nel messaggio del ritornello, che con ironia selvaggia ribalta la situazione senza farlo davvero, come a dire: “Qualunque disgrazia abbiamo avuto, fratello, senti che razza di flash stiamo provando, la vita è stata dura, ma adesso è uno sballo uno sballo uno sballo”. Una magra consolazione che non promette esattamente bene. Il frustrato dalla società dei consumi ha trovato ora una soluzione che purtroppo “le menti migliori” della sua generazione faranno propria sempre più, trasformando la lotta per il cambiamento in una fuga solitaria nei meandri degli stupefacenti, nella dissoluzione rifluente degli ideali. Quel “va tutto bene” suona doppiamente ironico, non va bene niente se adesso siamo ridotti a pazzi saltellanti sui tetti con occhi fiammeggianti, gente che fa paura, Joker strappati direttamente a un fumetto di Batman. Il fallimento è conclamato, una disfatta piena di energia e allegria sintetica, un disastro benaccetto, l’abbandono di ogni aspirazione al miglioramento in cambio di un passaggio per il paradiso artificiale.

La canzone non indica la via ma ritrae la realtà con puntualità maniacale. Se ancora non sembrava tutto fosse avvenuto, se pareva mancasse ancora qualche anno, è solo perché la cronaca ci mette di più a rendersene conto. L’anno successivo, in un concerto gratuito in Hyde Park, gli Stones dedicheranno al loro cofondatore Brian Jones, consumato dalle droghe e da poco annegato in piscina, il suggello ideale al trapasso della lotta generazionale, You can’t always get what you want: Non puoi sempre avere ciò che vuoi.

DA “KAFKIANO” A “FANTOZZIANO”: LA VIA ITALIANA AL SARCASMO BUROCRATICO

DA “KAFKIANO” A “FANTOZZIANO”: LA VIA ITALIANA AL SARCASMO BUROCRATICO

Articolo scritto da Marco Ongaro per la rivista Inchiostro

Celebrando il centenario della morte di Kafka, il pensiero non può che correre al suo erede italiano del Novecento, Paolo Villaggio.

In quanto coautore delle canzoni di Fabrizio De André Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitier e Il fannullone, nonché autore del testo, se così lo si vuol definire, della Ballata di Fantozzi di Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e Fabio Frizzi, Villaggio non sfigurerebbe in questa rubrica. Ma per una volta preferiamo esondare dalla canzone verso il più ampio mare della creazione letteraria. E quando Paolo Villaggio dichiara che “Fantozzi non è un personaggio comico, è un personaggio tragico, l’uomo più sfortunato che la letteratura italiana abbia mai avuto” è consapevole di usare il termine letteratura a proposito.

C’è una linea satirico grottesca che lega il Gogol’ del Cappotto, il Melville di Bartleby lo scrivano, il Kafka del Castello, Il Bulgakov del Maestro e Margherita, il Beckett di Aspettando Godot e il Buzzati di Sette piani al Villaggio di Fantozzi ragionier Ugo, matricola 1001/bis, come Kafka impiegato in una Compagnia di Assicurazioni, e come Kafka, all’Ufficio Sinistri. Tale linea parrebbe sgorgare dal realismo gogoliano, la grande capacità di estremizzare con venature visionario fantastiche situazioni burocratiche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana, riassunta nell’intraducibile termine pošlost’, definito controvoglia da D.S. Mirskij come “meschinità autosoddisfatta, morale e spirituale” e da qualsiasi dizionario russo-italiano come “volgarità”. Doveva essere un principe in grado di rinunciare da giovane al proprio lignaggio come Mirskij a riconoscere questa particolare dimensione umana, foriera di peripezie bizzarre spinte all’assurdo da Beckett in personaggi incapaci di impiccarsi con la propria cintura senza che gli cadano i pantaloni.

E Villaggio è giunto buon ultimo, non necessariamente minore, in questa sequela di creatori dediti a ritrarre le miserie umane con grandi o piccoli effetti comici. Si apparenta a Kafka saltando la componente trascendentale di Buzzati per legarsi più strettamente alla concretezza impiegatizia in cui la trascendenza finisce ingoiata dalla sedicente realtà, assorbita nell’inesorabile organizzazione politica della società occidentale novecentesca.

Se Aspettando Godot debutta in teatro nel 1953, è solo due anni più tardi che troviamo Villaggio intento a scrivere testi e a fare il conduttore nella Compagnia goliardica genovese Mario Baistrocchi, laboratorio di artisti emergenti che in seguito avrebbero giganteggiato nel mondo dello spettacolo come Fabrizio De André, Enzo Tortora e Carmelo Bene. Villaggio prende parte a quasi tutte le edizioni dal 1956 al 1966, per poi farsi notare al Teatro di Piazza Marsala, a Genova, dove mette in scena gli embrioni dei suoi futuri cavalli di battaglia, tra i quali il prototipo fantozziano, l’infelice Giandomenico Fracchia capace di subire con innocenza infantile ogni sorta di angherie da colleghi e superiori.

Famiglia tutt’altro che comune quella che dà origine alla speciale creatura di nome Paolo Villaggio a Genova, il 30 dicembre del 1932, insieme al fratello gemello dizigote Piero, futuro docente alla Scuola normale superiore di Pisa. Il padre è un ingegnere edile palermitano, la madre veneziana è insegnante di tedesco. Frequenta il liceo classico e si iscrive a Giurisprudenza all’università di Genova, ma abbandona per guadagnarsi da vivere dedicandosi a svariati impieghi: da cameriere a speaker della BBC a Londra, ma anche cabarettista e intrattenitore sulle navi della Costa Crociere, insieme all’amico d’infanzia e gioventù Fabrizio De André, a Silvio Berlusconi e a Fedele Confalonieri. «Le crociere si facevano d’estate nel Mediterraneo e d’inverno ai Caraibi. Ho passato sulle navi cinque anni, mi chiamavano le petit connard, il coglioncino. Ho avuto compagni straordinari come Fabrizio De André. Saliva sul palco e davanti agli ottuagenari attaccava: Quando la morte ti chiamerà. Tutti con le mani sulle palle, uomini e donne. Mentre ai piani inferiori c’era lui, un pianista pieno di capelli umani che cantava Come prima, più di prima ti amerò. Era Silvio Berlusconi. Non era un creativo, usava le barzellette per farsi accettare, e con le donne era molto timido». Con il Berlusconi delle tv private anni più tardi i rapporti diverranno professionali, ma con un tocco sempre speciale: «Mi ha detto che sono un grande comico. Gli sono molto grato: per questo e per aver perso le ultime elezioni».

A scoprire la vena artistica di Villaggio è il giornalista e conduttore Maurizio Costanzo, che nel 1967 gli consiglia di esibirsi al Sette per otto, un noto e frequentato cabaret di Roma. «Andai. La prima sera c’era ad assistere allo spettacolo una Roma incuriosita da questo strano comico arrivato da Genova. Ricordo Garinei e Giovannini, Ugo Tognazzi, Ennio Flaiano che alla fine a forza di ridere cadde dalla poltrona». Poi al Derby di Milano, dove frequenta Giorgio Gaber e Renato Pozzetto. Nel 1967 la trasmissione radiofonica Il sabato del Villaggio. Il 4 febbraio 1968 esordisce sul piccolo schermo come conduttore del programma d’intrattenimento Quelli della domenica, scritto da Marcello Marchesi, Enrico Vaime, Italo Terzoli e dallo stesso Maurizio Costanzo. La comicità strettamente fisica dell’aggressivo e sadico Professor Kranz fa da contraltare all’umiliazione e alla sottomissione del suo primo personaggio impiegatizio e frustrato: Giandomenico Fracchia. Di lì i successi s’inanellano in una reazione a catena.

Esordisce nel cinema con Mario Monicelli in Brancaleone alle crociate e sul set si lega artisticamente a Vittorio Gassman, che lo vuole coprotagonista nel suo Senza famiglia, nullatenenti cercano affetto, per condividere poi l’interpretazione in Che c’entriamo noi con la rivoluzione? di Sergio Corbucci e partecipare con l’amico a numerose trasmissioni televisive. Negli anni Settanta pubblica libri sulle avventure di Fantozzi e altre amenità satiriche che riscuotono un entusiastico riscontro di pubblico, al punto che finalmente il personaggio approda al cinema con la regia di Luciano Salce.

«Fantozzi è il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità». In principio ha vissuto come personaggio stampato, nato da una serie di articoli-racconto scritti da Villaggio per l’Europeo tratti dai monologhi recitati in tivù, e anche sullo schermo pare mantenere la sua natura fondamentalmente diegetica. Questa resta la sua forza, la profonda narratività che rende ciascuna scena delle pellicole materiale per ulteriore narrazione tra gli spettatori all’uscita del cinema. Paolo Villaggio è creatore di un timbro umoristico personalissimo, ed è un brillante scrittore riconosciuto da Pasolini e Umberto Eco per la potenza innovativa del suo linguaggio e per la sua facile assimilazione nella permeabilità del tessuto dialogico popolare. Lunghe frasi senza verbi, predicati aboliti in cataloghi regolati dall’irresistibile climax ridisegnano la sintassi nazionale attecchendo negli strati più popolari con sorprendente immediatezza: “Nelle prime otto ore: escursione in battello sul Tevere, visita veloce a Colosseo, San Pietro, Musei Vaticani, catacombe di Priscilla, Pantheon, piazza Navona, Fontana di Trevi, via Veneto. Arrivo in piazza di Spagna. Al posto della vescica, un’anguria”.

Con i libri e i film su Fantozzi negli anni Settanta e Ottanta la sua popolarità diventa occasione di confronto intellettuale in un calderone emotivo-culturale capace di sfogare ironicamente tensioni politiche e sociali. «Fantozzi ha liberato gli Italiani dall’incapacità di essere felici secondo i dettami della cultura consumistica», spiega Villaggio. «Lui consuma, fa vacanze, parte per la settimana bianca e torna massacrato e infelice. Come tutti gli Italiani. Fantozzi è un terapeuta che dice: tutti quelli che subiscono questo tipo di cultura sono condannati a essere infelici». La poetessa Alda Merini dirà di essere sopravvissuta alla reclusione in manicomio grazie alla lettura di Fantozzi.

Villaggio estende l’area di alienazione dalla catena di montaggio delle fabbriche ai quadri impiegatizi delle multinazionali, non più privilegiati rispetto alla classe operaia bensì tormentati senza pietà da un potere sovrannaturale che infierisce perfino con la proverbiale nuvola piovosa loro dedicata in gite e vacanze. “Ogni impiegato ne ha una. Sono nuvole maligne che stanno celate dietro le montagne anche 12 mesi, ma quando s’avvedono che il loro uomo sta per andare in ferie gli piombano sulla testa scaricandogli in nuca un quadrato di grandine in un metro per un metro e lo accompagnano implacabili”. Per Marchesi c’erano le domeniche per ammalarsi, per Villaggio la nuvola del weekend è appiccicata all’individuo anche qualora si prendesse ferie infrasettimanali.

Le disgrazie esagerate del ragioniere, l’insormontabile difficoltà con i congiuntivi, la sua ossessione del potere e l’irrefrenabile pulsione al servilismo mettono a fuoco mistificazioni diffuse che un po’ tutti, attraverso la risata, finalmente esorcizzano: “«Allora, ragioniere, che fa? Batti?» «Ma… mi dà del tu?» «No, no. Dicevo: batti lei?» «Ah, congiuntivo»”. Ben prima che l’Italia rinunciasse a usare i congiuntivi sulla scorta dell’esempio televisivo commerciale, gli ultimi fantozziani, che sono ultimi proprio perché infilati nella categoria di mezzo tra la classe operaia e quella dirigente, mero strumento inconsapevole della burocrazia, si atteggiano a una cultura che non possiedono cercando comunque di declinare i verbi secondo tempi che non padroneggiano. Un congiuntivo sbagliato in Fantozzi è un aforisma sull’inadeguatezza di un intero ceto, quando non di una intera nazione. È la “volgarità” di Gogol’ individuata da Mirskij.

Muore il 3 luglio 2017 a 84 anni a causa di complicanze respiratorie dovute al diabete. Nel frattempo Fantozzi si accomoda non senza incomprensioni, cui peraltro è abituato, nell’ufficio di sottoscala vicino ad Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Totò, Monsieur Hulot, Mister Bean e Charlot. La commedia che sopravvive alla sua epoca diventa poesia. Dopo il suo passaggio sulla Terra, La Corazzata Potëmkin non sarà mai più un capolavoro.

C’è un che di liberatorio nella vigliaccheria rappresentata dagli scatti subito puniti del ragioniere che si assoggetta per conformarsi, lamentandosene però in privato, c’è del sublime nel riflesso fedele che il suo personaggio offre alla miseria della mediocrità. Le tentate reazioni si riversano sui suoi simili: dirette in alto finiscono inevitabilmente per ricadere verso il basso aggravando ulteriormente il fardello dei famigliari, dei colleghi, degli uscieri, dei parcheggiatori in una sorta di ordinamento immutabile nel destino dei miserabili.

Ma sono gli impiegati, i diplomati ragioniere e geometra, i non laureati però neanche del tutto analfabeti il vero bersaglio del dileggio divino. Coloro che non hanno potuto o osato innalzarsi oltre una accettabile mediocrità sono puniti con il ridicolo che per la classe operaia invece si ribalta nella resistenza cinica del Cipputi di Altan. Nel caso di Fantozzi, inguardabile la moglie, primate la figlia, sottoscala l’ufficio, procacemente ributtante l’oggetto dell’inconsumabile desiderio: la signorina Silvani. In quel “signorina” brilla come uno specchietto per allodole tutta la libertà dello stato civile, sull’orlo della zitellaggine lustrata da una autostima comunque insufficiente: “Mi conquisti, mi seduchi. Ecco… mi colghi una stella alpina”. Nella guerra tra insignificanti non si risparmiano colpi bassi, si sprecano i rimasugli di dignità e si torna a casa con la coda tra le gambe, senza perdere però la speranza di uniformarsi l’indomani alle presunte fortune altrui imitandone le aspirazioni. Ai tre bulli che lo pestano nel corso della sua prima fallimentare uscita con la signorina Silvani, Fantozzi reagisce nel modo più civile nel tentativo di salvare la faccia irrimediabilmente spaccata, e a disastro già avvenuto osa un timido: “Badi a come parli”. La frase fatta che abitualmente dà il via agli alterchi, Villaggio la pone laddove ormai non c’è rimedio, quale estrema prova di debolezza nell’istante in cui il disgraziato vibra un sussulto di dignità per non sfigurare idealmente, essendo già fisicamente sfigurato, di fronte alla donna che desidera unicamente perché è meno rassegnata di sua moglie. Il “Lei non sa chi sono io” diventa un miraggio, giacché proprio questo spera Fantozzi, che non si sappia realmente chi è, che non se ne riconosca la pochezza. A tale scopo deve mostrarsi pari, se non superiore a quelli che, se andasse a guardare bene, nell’intimo sono spesso diversi da lui per una mera mancanza di scrupoli.

L’ambizione a migliorarsi o darsi un tono con sport, diete, escursioni, feste di Capodanno, raduni conviviali e gala non viene mai meno, e in essa ogni perdizione trova sfogo per l’insufficienza intrinseca del povero snob ricacciato nel recinto della sua inferiorità sociale, culturale, economica. La dieta ideale prevede: “Per dormire, mai letti morbidi. (…) Durante la giornata bere almeno settanta litri d’acqua tiepida. Uscire per una veloce passeggiata nel bosco di sei ore, brucando molta erba. (…) Non cenare mai con tori da combattimento spagnoli”. I suggerimenti non hanno solo l’esagerazione alla base della loro comicità, hanno anche un nonsenso qua e là che, reso accetto dall’autorevolezza della disciplina intrapresa per migliorare sé stessi, disorienta l’intera struttura di saggezza sociale contrabbandata come valida. “Uscite senza salutare nessuno e partite al galoppo verso l’ippodromo più vicino per una sgambata. Per non dare nell’occhio vi consiglio di nitrire ogni duecento metri”. L’idea salubre della locuzione “per una sgambata” offre un senso di gioiosa ragionevolezza a una prescrizione folle. Quella “sgambata” serve a unire in una promessa di allegria e benessere il malcapitato che cerca disperatamente, come spiega Villaggio, di conseguire la felicità attraverso la rubrica di spassi ed esercizi di salute offerti da una società assurda e aliena. Uscire senza salutare nessuno è come tuffarsi all’improvviso nell’agone, donarsi interamente all’avventura dimagrante, con fede cieca in totale competizione con il resto del genere umano. L’impulso all’imitazione, più che al miglioramento, che lo spinge nella morsa ferrea del dietologo gli suggerisce di imitare un animale, un cavallo, per poter tornare ad avere un normale peso umano.

Non ha pretese extraterritoriali Paolo Villaggio, i suoi miserandi personaggi sono decisamente italiani, come molti bersagli flaianei, grazie all’ibrido nazionale che già per lo scrittore pescarese costituiva un affettuoso crocevia di «vorrei ma non posso». “L’Italia è un Paese di sportivi sedentari, che guardano lo sport in televisione ma non lo praticano. Lo sport nazionale è la maldicenza, che viene, invece, praticato a tutto campo”, annota. E altrove: “Gli italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna”, scrive Villaggio, e il coro di montagna è la peggiore delle aggregazioni, con l’impulso a condividere e primeggiare che trascina un po’ tutti verso il baratro del “tragico”, aggettivo riscritto dal creatore di Fantozzi con significato opposto, a mostrarne spietatamente il lato umoristico, incapace di suscitare commozione, costantemente teso alla ferocia del risibile.

“C’è sempre in ogni agglomerato umano l’«organizzatore di sfide calcistiche». Mentre godono fama di organizzatori, questi elementi sono in realtà solo dei criminali pericolosi e la loro monomania porta periodicamente dei padri di famiglia sull’orlo della tomba”, è aforisma forse neanche tanto iperbolico. Le diete e il calcio, il ciclismo o la settimana bianca sono occasioni di emancipazione sociale e immancabili prove negative per l’hýbris del travet. È il loro trovarsi in una classe intermedia, di mezzo, a far sì che finiscano per essere “messi in mezzo” ogni volta che qualcuno cerca di salire o tener sotto gli altri. “Soprattutto dietro agli sportelli delle banche di periferia, consumano la loro vita i «lampadati». (…) Il loro sole sono i raggi UVA di un tragico parrucchiere sotto casa. (…) Quando escono il fetido parrucchiere, che prima faceva il fornaio, dice: «Sei splendido! Sembra proprio che tu abbia fatto una vacanza a Sharm el Sheik» (…) Sotto il rosso mogano della fronte, spicca il naso rosso fuoco dei nani da circo”.

Il Duca Conte Barambani e la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare sono espressioni della superiorità fintamente democratica costretta all’ecumenismo dalla necessità di sfruttare a dovere i nuovi sudditi. La facciata civile richiede una certa ipocrisia. L’impiegato ragioniere, che nutre un’ammirazione perfida e invidiosa per chiunque gli stia al di sopra, si piega al servilismo più abietto perseguendo una mimesi impossibile con chi, essendo nato nobile, non ha bisogno di mostrarsi più di quello che è, cioè crudelmente volgare e insensibile.

“Dopo quella diamantata pazzesca la contessina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare gli fece conoscere alcuni amici e gli presentò nell’ordine: la signora Bolla, i coniugi Bertani, la contessa Ruffino, i fratelli Gancia, Donna Folonari, il barone Ricasoli, il marchese Antinori, i Serristori Branca e i Moretti, quelli della birra. A metà di quel giro di presentazioni Fantozzi era già completamente ubriaco”.

Queste figure nobili si trasferiscono agilmente dall’aristocrazia all’elevatezza culturale senza reali differenze. Come i cittadini di Capalbio, secondo Villaggio divisi distintamente tra contadini e intellettuali: “I contadini leggono, a fatica, «Il Tirreno»; gli intellettuali, uomini e donne, vestiti rigorosamente di lino bianco e con dei candidi golfini di cachemire annodati in vita, scorrazzano con «il manifesto» o «l’Unità» sotto il braccio, che i locali credono siano scritti in turco”. Lo spettro del Bar Casablanca di Gaber/Luporini si aggira tra queste righe la cui stilizzazione è estremamente precisa. “Ogni tribù veste i costumi nazionali, gli indiani da indiani, i Masai da Masai, i capalbiesi di lino bianco”. Il sospetto che questa suddivisione non solo sia etnica ma naturale, divinamente disposta, è più reale di quanto si creda.

Perciò il Megadirettore Galattico ha sembianze e poteri ultraterreni. L’ingiustizia sociale, nell’ateo pessimismo di Paolo Villaggio, si manifesta come il risultato di un volere celeste: “C’erano due bambini molto belli, biondi, figli di ricchi; tutti i figli dei ricchi sono biondi e eguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri e diseguali”. Qui spira l’influenza della cultura dell’epoca, con echi gaberiani di Signor G. Ovviamente l’insinuazione che Dio abbia voluto le diseguaglianze che portano all’oppressione è una critica a chi sfrutta la fede per mantenere lo statu quo, secondo una tecnica satirica di grande tradizione. “Temo che il Papa non creda in Dio” è invece la dichiarazione più potente contro tale fede. Ma le differenze sono le benvenute e proprio Fantozzi ne ha espresso, immolandosi, la ragion d’essere. “Perché ha avuto quella fortuna enorme?”, dice Villaggio. “Perché finalmente criticava questa imposizione: doversi travestire da tutti”. E lo Zelig di Woody Allen, il “camaleonte umano” uscito nel 1983, pur nella sua rarefatta sofisticatezza, non può dirsi del tutto innocente quanto a ispirazione.

La compagine soprannaturale fissa lo stato delle cose in forma inamovibile, dunque Paolo Villaggio è portato a ricercarne il comune denominatore in un’animalità primordiale, una condizione ancestrale che designa la raffinatezza voluta e non accessibile ai Fantozzi come un’illusione dell’Homo sapiens sapiens incapace di staccarsi dalle sue origini bestiali. L’unica verità che si staglia a distinzione degli esseri umani, italiani a paradigma del cosmo, è l’ammissione della loro sordida animalità. In questo effetto comico, da alcuni considerato facile per la sua volgarità, si trova invece la massima critica e comprensione dell’umano costretto a fingersi evoluto in un mondo mai emancipatosi dalla giungla. “Non ho paura degli attentati ma degli aliti terrificanti e indescrivibili che hanno gli Italiani di tutte le estrazioni sociali” orienta l’obiettivo in alto. Ma non tarda ad abbassarsi poi verso altre espressioni dell’infelicità dei corpi: “I mammiferi esperti di calcio che si fanno trasportare dai mezzi pubblici ne approfittano ignobilmente per scoreggiare come elefanti africani. Non sono scoregge rumorose perché hanno messo a punto una tecnica raffinata: il terrificante soffione con effetti devastanti. Ho visto due anziane signore di Liverpool piangere in silenzio, poi chiedere aiuto e infine buttarsi dai finestrini in corsa”. Siamo sicuri che gli hooligans siano avulsi da tali abitudini? Un sotteso lascito rabelaisiano attraversa gli scritti meno concessivi di Paolo Villaggio, un monito che trova il coraggio di allertare l’intera umanità sulla sua scarsa evoluzione: “Non fate mai l’errore madornale di fare i vostri bisogni negli insidiosissimi cessi detti “alla turca”, nei quali vengono risucchiati ogni anno una cinquantina di giovani”.

Nell’identificare Paolo Villaggio con la sua creatura più famosa non si usa alcuna delle iperboli che della sua neolingua sono l’ossatura: i “mostruoso”, i “tragico” e i “pazzesco” entrati grazie a lui nel lessico comune come elementi pertinenti al buffo, al burlesco, al sarcastico. È l’aggettivo “fantozziano”, entrato come sinonimo di grottesco e tragicomico nel dizionario nazionale, a designarsi quale evoluzione tutta italiana e novecentesca di “kafkiano”. Eredità indubbia del suo celebre precursore.