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DETTAGLIO D’AMERICA SERIALE

La bocca di Marilyn viene isolata ed elevata all’ennesima potenza, messa in fila e riprodotta fuori dal contesto, trasformata nel contesto stesso senza più la scomoda presenza dei, forse malinconici, occhi. Tante bocche in bianco e nero, nelle quali neppure più il sorriso ha vera espressione. Nell’immutabilità del particolare, i denti potrebbero sbranare anziché blandire. Le labbra sono inconfondibili e confuse al tempo stesso: allineate orizzontalmente e verticalmente diventano un’astrazione. Le numerose bocche di Marilyn non le appartengono più, sono un paesaggio nuovo, inscatolato, industriale, straniato.
Questo avviene del corpo mediatico della diva non appena il suo corpo concreto trasfigura nell’iperuranio della morte. E pensare che nel 1955 Marilyn aveva scritto in un suo quaderno di pensieri: “Il mio corpo è il mio corpo, ogni parte di esso”. C’è chi l’ha tradotto con “tutto intero”, ma la diva aveva scritto: “ogni parte di esso” e Warhol sembra aver voluto prenderla in parola, pur non conoscendone gli scritti. L’artista, grazie all’immagine di Marilyn soprattutto, massifica un mito per la società più massificata dai tempi di Atlantide. La Monroe diventa icona prima che il termine venga trasferito al regno della comunicazione e molto prima che entri a far parte della nomenclatura dei computer. All’indomani della sua morte, l’icona Marilyn Monroe è rappresentata, pur con materiali e forma moderna, nella veste di un’icona vera e propria: La Beata Vergine di Los Angeles.
«Anche se ci sono nata, non riesco a trovare neanche una cosa buona da dire di quella città. Se chiudo gli occhi e mi figuro Los Angeles, vedo solo una grossa vena varicosa». Parola di Marilyn Monroe, al secolo Norma Jeane Mortenson, o Norma Jeane Baker, dipende se a far fede è la registrazione della sua nascita o quella del battesimo. Nomi di padri che non ha avuto, ascendenze genetiche assenti delegate agli ex mariti di una madre impazzita, nata da una nonna morta in manicomio. La piccola è venuta al mondo nel 1926, pieni Anni Ruggenti, e ha vissuto l’infanzia nel periodo della Grande depressione, quella storica venuta col crollo di Wall Street del ’29, non quella recente, posticipata di qualche anno all’alba del XXI secolo grazie all’emergenza del crollo delle Torri Gemelle.
L’igiene mentale a quei tempi in America era sommaria, solo più tardi si è fatta più sofisticata, come testimonia il percorso di Mark David Chapman, assassino nel 1980 dell’icona pop John Lennon. Se una donna moriva in manicomio, la figlia ci passava gli ultimi decenni della propria vita e la nipote, la più nota star di tutti i tempi, ci finiva qualche settimana per ritardare l’effetto fatale dei propri impulsi suicidi.
Non erano tempi facili, quando Norma Jeane nasceva, non lo erano quando si spegneva in camera sua nel 1962, fotografata poi di schiena – nuda – con l’indice di un poliziotto puntato sulle boccette di barbiturici a fianco del letto per chiudere l’indagine prima dell’apertura dei tribunali, e non lo sono nell’imminenza del cinquantenario della sua morte, negli Usa come nel resto del mondo. Non esistono tempi facili, a dispetto delle etichette economiche quali boom, miracolo, ripresa, rilancio, eccetera. C’è sempre qualcuno per cui le cose vanno male e qualcuno per cui vanno bene. La definizione di un andamento generale sta nel rapporto tra le due categorie. Se sono pochissimi gli individui della seconda e tantissimi quelli della prima, comincia a far capolino l’idea di rivoluzione, a qualunque latitudine.
Non esistono tempi facili ma congiunture speciali sì, almeno per la loro rilevanza simbolica, e quella della morte di Marilyn Monroe lo è, se ancora oggi la sua immagine è in grado di “impersonare” dicotomie sbilanciate quali appariscenza/esistenza, presenza/vacuità, valore/spreco nello scenario illusorio e deludente degli Stati Uniti d’America. In una nazione in cui il nome non è un destino perché lo si può cambiare con grande facilità – ed è pure un destino proprio per la facilità con cui lo si cambia – in una nazione in cui Zimmerman diventa Dylan e Baker diventa Monroe sbaragliando ufficialmente all’anagrafe il concetto frivolo di nome d’arte, la fine di una vita e la dissipazione di un talento si trasformano nell’unica eternità attualmente riconosciuta, l’eternità iconografica.
Vedeva Los Angeles come una vena varicosa e scappava a New York col nome falso, stavolta sì, di Zelda Zonk. Due zeta per un nome fittizio capace di scaraventarla alla fine dell’alfabeto della notorietà, con parrucca nera e occhiali scuri, in fuga dalle iniziali troppo centrali e desiderate MM. È a New York che nel 1955 reincontra l’amico Truman Capote in occasione di un funerale. Lo scrittore annota le sue parole per riversarle su carta stampata un quarto di secolo più tardi, nella raccolta Musica per camaleonti, e il “ritratto dialogato” carica le circostanze di elegia mentre riveste di un alone profetico le impressioni dell’autore. È facile dire che aveva qualcosa che le bruciava dentro, che era destinata a finire male, che “se ne andrà giovane”, dopo che il decesso è stato riscontrato dal coroner e metabolizzato dai mezzi di comunicazione. Lo scrittore lo sa eppure non resiste alla tentazione. Nell’81 ha già sconvolto da tempo la sua America e la sua vita con un una storicizzazione della cronaca come A sangue freddo, non ha di questi scrupoli. Nel tenero resoconto dell’incontro con Marilyn, lascia trasudare fatalità dalle pareti dei ristoranti e perfino dalla toilette in cui l’attrice si ritira per un periodo infinito nel bel mezzo della loro conversazione. Quando bussa alla porta del camerino delle signore e si accerta che non sia collassata per una qualche overdose, la trova allo specchio che si trucca per tornare la Marilyn di sempre. «Cosa stai facendo?», le chiede. La diva risponde: «Guardo Lei».