mario monicelli

MARIO MONICELLI – Nuova Italia o nuova commedia?

“Era bello fare il cinema, un gruppo di cinquanta persone che partivano, andavano fuori, a Viterbo, sulle Alpi, a Bologna. Ma soprattutto era una cosa che sapevi che era quella, che era all’ordine del giorno. Una cosa che era tutto. Si era nel centro di tutto”. Si sta esprimendo col mezzo più moderno a disposizione, il più ricco di possibilità, il più seguito. Sa di godere di un privilegio cui l’ha chiamato il talento, e non dimentica di mettersi a disposizione della gente per trarne un frutto utile a tutti.
L’Italia del Dopoguerra e della Ricostruzione, in seguito l’Italia del Boom economico: materiale straordinario per l’osservazione antropologica di una popolazione dall’identità ancora incerta.
L’eleganza graffiante del regista e sceneggiatore sta nell’abilità, spesso crudele, di osservare, qualità che lo pone automaticamente al di sopra dell’oggetto osservato, soprattutto se l’oggetto è quello della commedia, che fin dalla Poetica di Aristotele vuole i personaggi infallibilmente inferiori all’autore. Dalla collaborazione con Steno nascono capolavori del dopoguerra del rango di Guardie e ladri, del 1951, alla cui sceneggiatura ha collaborato pure Ennio Flaiano.
Su quel periodo Monicelli si esprime con parole illuminanti: “L’italiano uscito dalla guerra e dalla dittatura era un italiano strepitoso, molto solidale, aveva molta voglia di ricostruire. La Liberazione ha dato proprio un senso di liberazione. L’Italia ha cominciato a funzionare e ha creato un benessere che ha rovinato tutto, perché è stato gestito da una classe dirigente che era stupida e corrotta. Una classe dirigente che ha dato una svolta tremenda, facendo diventare padrone il mercato. Il mercato è il padrone più tremendo che c’è”.
La molto lucida analisi sul fallimento del boom non deve lasciar trascurata la prima importantissima parte del discorso, quella riguardante l’italiano della Ricostruzione, l’individuo strepitoso e solidale che ha creato il benessere che lo avrebbe mandato in rovina. Monicelli è uno di questi italiani e i suoi film hanno partecipato alla Ricostruzione con spirito responsabile e animo fervido, nella consapevolezza che ciò che si stava facendo nel cinema avrebbe segnato il futuro della nuova società italiana.
Nell’accostare fraternamente due poveracci che si trovano a militare nelle due parti opposte oltre il crinale della legge, Guardie e ladri è sottilmente rivoluzionario. Il confine della legalità non è messo in dubbio, non lo si sarebbe potuto accettare nell’Italia seriosa e traballante del dopoguerra, ma l’introduzione dell’umanizzazione del ladro e del gendarme, nemici per istituzione e non per costituzione, la comprensione reciproca al di là dei ruoli e dei “mestieri”, la quasi compassione vicendevole, hanno un effetto dirompente sull’impettita prosopopea dei princìpi espressi dal mondo politico preposto alla ricostruzione del Paese.
Il tono della commedia favorisce la presa sottogamba di un’operazione tanto innovativa. A salvare la pellicola è sempre l’idea che non si tratti di vera cultura ma di un lavoro di terz’ordine, fatto per far ridere il popolino, e si sa che è sempre meglio che il popolino rida piuttosto che infuriarsi. La censura lascia correre e così passa sugli schermi una vicenda in cui due beniamini del pubblico si combattono ispirando entrambi simpatia.
La legge dice che uno è sbagliato e l’altro no. Le azioni e i loro discorsi, il loro stesso rapporto ironizza sostanzialmente su questo assunto, smontandolo bonariamente, mostrando la sottintesa solidarietà di gente che si è trovata a saltare ciascuno dalla propria parte del fosso per le stesse ragioni. I sentieri del bandito e della guardia viaggiano paralleli anche se dovrebbero scontrarsi. I concetti di autorità e libertà, di giustizia istituita e quotidiana sopravvivenza degli umili vengono sovvertiti con risate agrodolci.
Il truffatore salva il posto al brigadiere facendosi arrestare. Sono le difficoltà in cui versano entrambi ad abbattere la rete che divide il campo su cui stanno giocando la partita. I diversi ruoli sociali sono livellati dalla miseria, i due riconoscono implicitamente di appartenere alla stessa classe, si scambiano la pelle confidandosi e si rendono conto che il nemico semmai è qualcuno o qualcos’altro. I superiori e i potenti, anche quelli che fanno beneficenza per rifarsi il trucco, decidono indifferentemente delle sorti di questi poveracci, costretti a lottare tra loro come un tempo lo erano i gladiatori nell’arena.