mario monicelli

MARIO MONICELLI – Nuova Italia o nuova commedia?

La materia prima, d’altra parte, è formidabile. “Quando ho cominciato a dirigere film nel primo dopoguerra, l’Italia era alla fame, una società culturalmente sottosviluppata, biecamente cattolica e con una mentalità contadina, tutt’al più piccolo-borghese. A partire dal boom economico, l’esplosione della ricchezza stimolò gli aspetti più bassi dell’italianità, che trovò terreno fertile per sfogare tutta la sua volgarità. Per noi della commedia fu una manna, per l’Italia un po’ meno. Raccontare questa evoluzione attraverso gli episodi che ho girato nel corso degli anni sarebbe una maniera divertente anche per ripercorrere la storia di un fallimento”.
Nelle parole del Maestro è chiara la definizione del vero e della finzione. La Commedia è l’Italia, non il film che la rappresenta. La cosa ridicola è la sopravvivenza e il suo procedere zigzagante, zoppo, attraverso le vicissitudini di un popolo guidato da se stesso e dalle sue piccole pulsioni, lontane da un concetto sociale unitario. Non c’è dignità in questa nazione: come rappresentarla nel cinema? “Noi della commedia”, questa fiera designazione sta a indicare chi la commedia la gira, la mette in scena e anche chi ne è materia prima. Noi della commedia siamo gli italiani, e Monicelli non fa che scattare fotografie, dipingere ritratti, stendere affreschi fatti di piccole vicende individuali coordinate in sgangherate azioni corali.
Si potrebbe prendere la locuzione “noi della commedia” e trasferirla all’Italia intera senza alcuna offesa per gli artisti né per i cittadini, tanto il travaso tra Commedia all’italiana e società è stato pervasivo. E se la Storia non è più parodia ma è autentica rappresentazione di un genere a se stante, allora pure la parodia della popolazione e dello Stato che è l’Italia diventa genere a sé, calderone di diverse genie e dialetti rimescolati in una congerie di emozioni basse che cercano d’innalzarsi fallendo ogni volta.
Il romanzo di formazione nella Commedia all’italiana inverte la propria funzione e il proprio tragitto. Formazione sì, ma verso la consapevolezza del fallimento, verso il senso d’inutilità degli sforzi. Con affetto e simpatia la direzione è questa, e nel capostipite ufficiale del genere, I soliti ignoti, girato da Monicelli, l’enunciazione appare chiara. Ci si unisce e si combatte per affrancarsi dalla propria condizione in una lotta tra poveri contro lo Strozzino dei poveri – l’assalto al Monte di Pietà – concetto molto flaianeo ideato insieme ad Age & Scarpelli e a Suso Cecchi D’Amico. Si sfonda però la parete sbagliata e si mangia pasta e ceci, si fa quindi saltare in aria l’appartamento per una fuga di gas provocata inavvertitamente, dopo aver rubato in tutto una grossa sveglia che serve al massimo ad annunciare ai gendarmi per strada la presenza dei mancati malviventi. Si è scalcinati e s’impara a esserlo. Si prende coscienza di quanto lo si è. Questa è la formazione. L’effetto specchio potrebbe anche migliorare il rispecchiato, si vedrà. Per ora si resta quelli della commedia, ex marionette non ancora abbastanza consapevoli della civiltà da assurgere al ruolo compiuto di cittadini.
Il regista commenta: “Gli americani erano presi di mira nelle commedie, buoni da abbindolare: sempre ricchi ma ingenui, mentre noi molto più intelligenti ma comunque miserabili. È un mistero, no?”. Ne I soliti ignoti, ha cominciato a svelarlo. Il bersaglio non sono più gli americani ingenui, ma gli italiani cialtroni. Il fatto è che c’è un fondo di bontà in questi miserabili che vorrebbero dar l’assalto al Monte di Pietà. Salvatori ha tre madri che si occupano di lui, è un bamboccione che s’innamora perso della Cardinale e si ritira dal colpo proprio la sera fatidica, ricevendo in premio da parte di Ferribotte l’incarico di badare alla sorella nel caso fosse incarcerato. Er Pantera, invece di tenersi le chiavi estorte con l’inganno della seduzione a Carla Gravina, la servetta nell’appartamento attiguo al Monte di Pietà, gliele restituisce per evitare d’inguaiarla. Mastroianni al mattino passa dal carcere a prendere il figlio che aveva lasciato alla moglie condannata per contrabbando di tabacchi. Capannelle non rinuncia a impossessarsi di una sveglia trovata nella cucina dell’appartamento per rifarsi dell’orologio lasciato in pegno proprio all’istituto che non sono riusciti a svaligiare. Il pugile suonato Gassman si lascia “incarcerare” in un cantiere edile all’alba. Tutta buona gente. Mamme, ragazze innamorate, servette oneste, bravi ragazzi mascherati da delinquenti, in fondo negati per la parte, ignoranti che aspirano a essere “scientifici”, ex pugili molto più adatti a fare i manovali.