un aedo

UN AEDO SENZA UNA LIRA

Tutto combacia. Ma siccome è più comodo riconoscere che conoscere, il pubblico apprezzerà di più un pittore che sperimenta nell’ambito della pittura, per quanto provocatoriamente con tagli di tele, collage o inserimento di spaghi e altri elementi “fuori del quadro”, che un arlecchino che passa da pittura a scultura a disegno a poesia a musica a balletto a commedia a romanzo a cinema a boxe a radiofonia a teatro a scenografia a costumi a dialoghi a conferenze a fotografia a decorazione di vetri di chiesa. Poco importa se in tutte queste espressioni le immagini raffigurate saranno più o meno sempre le stesse, è l’ampiezza del punto di vista a essere proibitiva, più che la sua focalizzazione. Se per Picasso lo stile non esiste che come essenza personale in continua mutazione, per Cocteau è l’unico tratto trasversale che unisca le diverse arti in cui un poeta si esprime. Lo stile è ciò che collega la silhouette dell’Orfeo disegnato al personaggio rappresentato in teatro e al cinema, è il segno di riconoscimento che traghetta da un’arte all’altra e oltre, di rivelazione in rivelazione.
Il grosso del pubblico in fondo non sa neanche cosa sia esattamente un poeta, crede sia solo uno che scrive versi. Il primo inconveniente dell’eclettismo è la sensazione d’impotenza suscitata nel pubblico, che si rende conto di conoscere Cocteau per averlo sentito nominare molte volte, per averlo visto al cinema, nei cinegiornali, in interviste, per averne sentito parlare in tivù, ma non sa esattamente che cosa faccia. Lui stesso se ne lamenta nei suoi diari ma non può che accettare la propria natura. Non può fermarsi in un’arte al semplice scopo di farsi riconoscere dalla gente. Non può aspettare che la gente lo segua, la febbre che lo consuma è altissima e lo sospinge continuamente verso nuove creazioni. Altrimenti morirebbe.
Perché allora creare continuamente fino alla morte, come Picasso tutte le notti, e Modigliani e Soutine, come Matisse e Cendrars e Cocteau, come tutti gli artisti che lo fanno perfino a propria insaputa? Perché è l’unica cosa che rende vivibile e privilegiata la loro vita. Perché possono simulare, imitare il dio che genera le cose dal nulla, possono abbellire il mondo nell’illusione di ricrearlo per intero. Detto questo, che si persegua tale fine su una sola tela da ridipingersi ogni notte o che si spazi da un universo artistico all’altro cambia poco. L’artista non è di questo mondo, perché lo sostituisce con un altro ogni santo giorno. È di un altro mondo perché è talmente interno alla vita da volerla rifondare con le proprie vene e i propri nervi, anche a beneficio degli altri. Se quello che fa è troppo per essere capito, tanto peggio. A soffrirne sarà principalmente lui.
Il pubblico se la prende con gli artisti eclettici, spesso li snobba perché sono difficili da seguire, ma la loro inquietudine è un omaggio alla profondità. Ci vuole più pazienza per conoscere che per riconoscere. Farsi riconoscere è un’altra faccenda ancora, una questione di sopravvivenza che l’artista, pur sensibile al successo, infine trascura.
Così abbandona la chitarra, suona il pianoforte solo per gli amici e scrive libri per cui, se gli va male, lo tacceranno di presunzione. Si aggira tra le stanze dei Salons con un taccuino e annota riflessioni sulle opere che vede, come Baudelaire. Traduce qualcuno che ammira, o lo intervista in teatro. Traccia recensioni di film e presenta libri altrui. Butta giù monologhi teatrali e libretti d’opera. Gonfia album di idee per romanzi che mettano a nudo il suo cuore e che probabilmente non scriverà mai, si dà all’insegnamento e scrive monografie su amici pittori.
Il povero Marsia si aggira senza flauto e senza lira nella boscaglia. Se non si lascia individuare in un’unica specificità, eviterà di farsi scorticare.
Ma forse no: l’abbandono dello strumento musicale è la massima forma di superbia.